mercoledì 17 gennaio 2018

Elvish style

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Sopra, Finrod e il suo cane Huan
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Gil-Galad sugli Elfi soleva regnare
quando i giorni erano liberi e belli.
Ora tristi cantano i menestrelli
del suo regno perduto tra i monti e il mare.

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HALDIR BY SEBASTIAN GIACOBINO

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Elaborate vintage cut glass perfume bottle by Rene Lalique, France

NO.1 액션RPG 드래곤네스트

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lunedì 15 gennaio 2018

Vite quasi parallele. Capitolo 105. L'inverno del nostro scontento

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Il 2011 era stato difficile per tutti: la crisi dei debiti sovrani aveva fatto calare sull'Europa la scure dell'austerity, e l'Italia ne aveva subito le conseguenze in maniera particolare.
Nel Mediterraneo era tornata la guerra: Libia e Siria erano dilaniate da un conflitto interno destinato a inasprirsi e ad alimentare il terrorismo, le migrazioni, e un clima da nuova guerra fredda tra gli Stati Uniti e la Russia.
Questo scenario desolante rimetteva in discussione tutto ciò che fino a pochi anni prima sembrava scontato, soprattutto riguardo alle grandi tematiche economiche, sociali e geopolitiche.
Riccardo Monterovere, come gran parte degli studenti universitari, aveva una visione teorica e ancora ingenua della realtà, dovuta ad una mancanza di esperienza concreta nei contesti reali dove più si percepivano le conseguenze delle scelte politiche delle classi dirigenti.
Tuttavia gli eventi drammatici che avevano colpito la sua famiglia in quell'annus horribilis lo avevano costretto per la prima volta a confrontarsi con le questioni pratiche di chi ha assunto controvoglia la "reggenza" dell'amministrazione famigliare.
Per quanto potesse contare sul sostegno immediato degli zii e dei cugini, c'erano questioni che Riccardo doveva affrontare da solo.
Gli tornarono alla mente gli anni in cui aveva lavorato in banca e aveva previsto la crisi finanziaria molto prima di tutti gli eminenti economisti cattedratici divenuti poi Presidenti del Consiglio o Governatori della Banche Centrali.
Ora con questa crisi doveva farci nuovamente i conti, perché le cure mediche di cui i suoi genitori avevano assoluto bisogno erano soltanto parzialmente coperte dal servizio sanitario nazionale.
Ma ancora più grave era la questione dell'assistenza.
Francesco e Silvia non erano più autosufficienti: lui, in quanto cardiopatico grave, non doveva fare sforzi di alcun tipo; lei in quanto ipovedente a causa di una maculopatia degenerativa e sofferente di linfoma, necessitava di assistenza nello svolgere le proprie attività e nel recarsi presso le strutture mediche.
Riccardo dunque, col consenso del medico di famiglia, avviò la procedura per richiedere la certificazione dell'invalidità civile dei genitori, al fine di ottenere una indennità di accompagnamento.
Ma dovette fare i conti sia con la burocrazia che con l'austerity.
I tempi furono molto lunghi e l'esito, alla fine, fu scandaloso.
E entrambi venne riconosciuto soltanto il 74% di invalidità, senza esenzioni significative e soprattutto senza indennità di accompagnamento.
Questo fu il primo duro schiaffo che ricevette dalle pubbliche amministrazioni.
A ciò si aggiunse poi una marea di tasse: il nuovo governo Monti aveva pesantemente aumentato le tasse sugli immobili, e questo fu il colpo di grazia non solo per il settore edilizio e immobiliare italiano, ma anche per il già scricchiolante bilancio della famiglia Monterovere, il cui patrimonio era costituito, all'epoca, quasi esclusivamente di beni immobiliari.
Fu anche la rovina definitiva del "feudo" Orsini.
In una delle ultime riunioni familiari, Diana Orsini fece presente che, col nuovo regime di tassazione patrimoniale degli immobili previsto dalla legge finanziaria, non era più possibile far fronte alle spese di manutenzione e di conseguenza era necessario mettere in vendita sia la Villa che i terreni.
L'idea che persino la Villa Orsini, il gioiello di famiglia, dovesse essere venuta, fu un colpo durissimo per tutti.
Diana cercò di minimizzare:
<<Non preoccupatevi. Ci vorrà molto tempo per trovare un acquirente disposto a farsi carico di questo rudere, e nel frattempo io sarò già morta e sepolta>>
Le due figlie che erano rimaste in campagna, e cioè Margherita Spreti e Isabella Zanetti, erano sempre state contrarie alla vendita, ma di fronte all'evidenza dei bilanci, poiché l'aritmetica non è un'opinione, dovettero cedere.
Si respirava un clima di "abdicazione" e di "fine della dinastia", e questo proprio nel momento in cui la matriarca stava morendo.
Il mese di dicembre portò con sé un inverno funesto.
Lo spirito del Natale presente era già di per sé triste, per la malattia di Silvia e Francesco, per i problemi finanziari e per la lontananza di Ilaria, che era partita per l'Erasmus in Grecia, ma la situazione divenne ancora più dolorosa quando, il 27 dicembre, giunse da Casemurate una notizia che Riccardo non avrebbe mai voluto sentire: sua nonna Diana Orsini si era spenta nel sonno alle 7 del mattino, vegliata dalle figlie Isabella e Margherita.
La veglia funebre fu uno strazio, alleviato soltanto dall'affetto degli abitanti di Casemurate, che vennero numerosi per un estremo saluto alla loro ultima Contessa.
I funerali, nel rispetto delle disposizioni che Diana stessa aveva dato, si svolsero in maniera molto sobria.
Questa grande donna, che con la sua personalità aveva fatto fronte per quasi un secolo a tutti gli eventi della vita e della storia, proteggendo la comunità locale e la propria famiglia, se ne andò in punta di piedi, con la leggerezza di una piuma fluttuante nel cielo.

domenica 14 gennaio 2018

Vite quasi parallele. Capitolo 104. L'ultima estate


Diana Orsini compì 98 anni il 30 giugno del 2011, ma non fu un compleanno felice. 
Per la prima volta la famiglia non era riunita al completo.
Sua figlia Silvia era in ospedale, dopo un delicato intervento di rimozione di un cancro al colon. 
Il tumore era fortunatamente circoscritto, ma dalla biopsia ai linfonodi erano emerse alcune anomalie che facevano ipotizzare la presenza di un principio di linfoma non Hodkin.
Per questo si rendeva necessario, in settembre, un ulteriore intervento per rimuovere alcuni noduli alla tiroide e altri linfonodi . Nel frattempo Francesco era tornato a casa dalla clinica dove era stato operato al cuore e all'aorta, ma continuava a soffrire di aritmie e fibrillazioni, che lo costringevano a una vita di assoluto riposo.
Riccardo faceva la spola tra casa e ospedale per assistere i genitori malati, e per questo aveva sospeso gli studi e non vedeva da un po' la fidanzata Ilaria.
L'estate era arrivata quasi di soppiatto, senza che nessuno, in famiglia, se ne accorgesse realmente.
Diana, oltre che oppressa dal peso degli anni e delle preoccupazioni, era a sua volta malata: alcune ischemie cerebrali avevano compromesso la deambulazione e le era stato diagnosticato, per una infausta combinazione di fatalità e genetica, lo stesso tipo di tumore maligno di sua figlia, nello stesso identico punto, ma nel suo caso l'operazione non era possibile, data l'età, e nemmeno la chemioterapia.
Quando Riccardo l'andò a trovare nella fatiscente villa di Casemurate, la trovò particolarmente stanca e fragile.
Dopo aver chiesto al nipote come stavano i genitori di lui, Diana sospirò e scosse la testa:
<<Non riesco a darmi pace per quello che è successo ai tuoi genitori, che sono le persone più buone del mondo, e per come la sorte si è accanita sulla nostra famiglia.
Prima i miei fratelli e le mie sorelle, poi mio padre e mio marito, adesso mia figlia e mio genero. E' passata una vita da quando persi prematuramente i miei primi familiari, ma penso a loro ogni giorno.
Tutti quelli della mia generazione, parenti, amici, persone che conoscevo, che amavo, sono morti, uno dopo l'altro. 
E io invece sono ancora qui, e continuo ad andare avanti, e avanti, e avanti... per cosa?
Quando ero giovane non avevo paura della morte, anzi, la vedevo come una liberazione, a volte speravo di addormentarmi e non svegliarmi più.
Poi qualcosa è cambiato.
Ho trovato delle ragioni di vita nelle mie figlie, nei miei nipoti, nei miei pronipoti, e così, alla fine, ad ogni compleanno, sotto sotto, ero contenta di esserci ancora, perché dopo tanta sofferenza, speravo che la sorte ci desse una tregua. 
E invece no.
Che senso ha vivere 98 anni per poi assistere a cose che non avresti mai voluto vedere? 
E' possibile vivere troppo a lungo? Vivere, mentre le persone che ami soffrono e il tuo corpo si rattrappisce e si disfa come un osceno cadavere esposto in un reliquiario per l'adorazione di qualche bigotto. Non ha senso. 
Eppure adesso che la mia ora è vicina, mi aggrappo alla vita con ogni respiro.>>
Riccardo le prese la mano, ormai nodosa e piena di macchie:
<<Io ho ancora bisogno di te. Anzi, ora più che mai ho bisogno di te, dei tuoi consigli, della tua saggezza, del tuo sostegno. Sei sempre stata la mia roccia. In ogni momento difficile, ho sempre saputo che qui, a Casemurate, nella casa della mia infanzia, potevo contare su di te. Anche nelle circostanze più oscure, mi bastava sapere che tu eri qui, e che ti avrei trovata nel salotto o nel giardino, pronta a soccorrermi. Lo so, è molto egoista da parte mia dire questo, ora che sei tu ad aver bisogno di sostegno>>
Lei lo osservò con quegli occhi ormai divenuti piccoli, infossati, opachi, privi della luce che li aveva per tanto tempo accompagnati:
<<Non avere paura. In te c'è più forza di quanto tu stesso non creda. E' una forza diversa da quella degli sbruffoni che si mettono sul piedistallo, o da quella dei duri inflessibili, tanto incapaci di piegarsi che alla fine si spezzano. La tua forza è nella capacità di sopravvivere anche nelle condizioni più avverse. Riconosco quella forza, perché è la stessa che, nel bene o nel male, mi ha permesso di arrivare fino a qui, di sopravvivere per quasi un secolo... 
E che secolo! 
Ho visto così tante atrocità che non riesco più a dormire senza incubi... eppure ho tirato avanti, per la mia famiglia, ma anche per un'assurda e incomprensibile curiosità riguardo al futuro. 
Il mondo è cambiato così tanto... 
E' naturale che sia così. Tutto cambia, tranne il ricordo.
Non sempre le cose sono cambiate in meglio, ma almeno ci sono stati progressi nella medicina: i tuoi genitori potranno riprendersi ed essere curati con un'efficacia che fino a pochi anni fa era impensabile. 
Cerca di vederla così: se loro sono vivi e stanno meglio, è perché, nonostante tutto, questi sono tempi migliori rispetto a quelli in cui io avevo la tua età>>
Il nipote annuì:
<<Sono d'accordo, e confido nel fatto che possano migliorare, o almeno tenere a bada la loro malattia, ma non torneranno mai come prima. Niente tornerà come prima.
Sono così fragili. Si appoggiano a me, ma io non so cosa fare. 
Non mi sento pronto per gestire questa situazione, per assumermi queste responsabilità.  
E' accaduto tutto troppo presto e troppo in fretta. 
Speravo che mi fosse concesso più tempo...>>
Lei annuì a sua volta:
<<Lo speravo anch'io, ma il destino ha voluto diversamente e tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato>>
Riccardo pensava alla sua amata, che era lontana:
<<Avrei voluto trascorrere l'estate con Ilaria, prima che partisse per l'Erasmus>>
<<Perché non la inviti qui?>>
<<Non voglio che assista a tutto questo dolore. Lei è così giovane...>>
Diana corrugò la fronte:
<<Capisco che tu voglia proteggerla dalla sofferenza, e potrei anche considerare questa tua rinuncia come una buona azione, ma in base alla mia esperienza so che nessuna buona azione resta impunita.
 Intendo dire che, se hai bisogno di aiuto, non devi aver paura di chiederlo, altrimenti le persone possono farsi un'idea sbagliata di te, come se tu le volessi tenere a distanza>>
Lui rimase scosso da quell'affermazione:
<<E' questa l'idea di me che trasmetto agli altri?>>
Lei lo fissò:
<<A volte sì. Le persone sanno che tu hai molti interessi, che riesci a passare il tuo tempo senza bisogno di gente tra i piedi, e così, a volte, gli altri si sentono come... come se non fossero all'altezza... >>
Riccardo negò vigorosamente:
<<All'altezza di cosa?>>
Diana rispose scandendo le parole:
<<All'altezza delle tue aspettative, che sono molto alte. Troppo alte. Ed è questa l'origine di tutti i mali!
Ho commesso anch'io questo errore, soprattutto con tuo nonno. 
Lui mi amava, a modo suo, nella sua maniera ruspante, ma mi amava. Io però pretendevo di più. Volevo che fosse più raffinato, più colto, più sensibile... e l'ho tenuto a distanza per tutta la vita. 
Solo dopo, quando era troppo tardi, mi sono resa conto del mio errore. 
Per questo ti prego di ascoltare l'ultimo consiglio della tua vecchia nonna: se senti che Ilaria è la donna della tua vita, e ritieni che il suo sentimento sia sincero, non lasciare che le circostanze la allontanino da te>>
Lui era combattuto:
<<Rifletterò su quello che hai detto. Ma per il momento la priorità sono i miei genitori e la mia famiglia>>
Lei scosse il capo:
<<Ma anche lei è la tua famiglia! La tua futura famiglia!>>
Quest'idea gli sembrava del tutto prematura e fuori luogo:
<<Sì, ma non voglio che ci veda in queste condizioni... Lei ha dei genitori giovani, nonni che sono più giovani dei miei genitori... non è ancora pronta per affrontare una situazione di questo tipo>>
Diana non era convinta:
<<Lo sarebbe, se tu fossi meno protettivo nei suoi confronti. 
Comunque, non intendo insistere. Ma devi promettermi una cosa: non appena tua madre starà meglio, tornerai a Bologna e riprenderai la tua vita. 
Voglio che tu ti senta libero da ogni vincolo, da ogni catena che ti lega a questi luoghi>>
Riccardo accennò un lieve assenso, poco convinto:
<<Sì>>
Lei allora gli prese le mani e le strinse:
<<Guardami... guardami negli occhi! 
Questa è la mia ultima estate... io sono il passato, e a nome del passato ti dico che d'ora in poi devi guardare avanti. Qui ci sono solo macerie, solo rovine>> indicò la casa cadente e il giardino ormai inselvatichito <<Tutto questo è un mio fardello, e morirà con me. 
Io ho immolato me stessa sull'altare di questo "feudo", per tenere in vita qualcosa che era già agonizzante prima che nascessi.
Ho lasciato che il passato contasse di più del presente.  Non voglio che tu commetta lo stesso errore. 
Questo luogo, questa casa, io stessa... stiamo svanendo, come l'Isola delle Fate. 
E' l'andare delle cose.
E' vano opporsi. 
Ma questo giardino, questa casa, e tutti noi che ci siamo vissuti... tutti noi continueremo ad esistere dentro di te ed è lì che ci ritroverai, nel tuo ricordo, e allora scoprirai che non siamo mai andati via>>

venerdì 12 gennaio 2018

Vite quasi parallele. Capitolo 103. Annus horribilis

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Il 2011 fu l'anno peggiore di sempre per tutti i componenti della famiglia Monterovere-Ricci-Orsini: eventi tragici, crudeli e luttuosi devastarono la vita di ognuno di loro e segnarono di conseguenza uno spartiacque definitivo anche in quella di Riccardo.
La maggior parte di noi crede che le persone che amiamo siano eterne, o quantomeno destinate ad accompagnarci per lunghissimo tempo, sostenendoci sempre nelle asprezze della vita.
Purtroppo non sempre è così.
Le persone invecchiano, si ammalano, si indeboliscono e giorno dopo giorno la loro luce si affievolisce, senza che noi riusciamo ad accorgercene, finché un evento più eclatante non ci costringe a guardare in faccia la realtà.
Quando poi questi eventi sono più di uno, e addirittura si concentrano nello stesso anno, a breve distanza l'uno dall'altro, ogni equilibrio, anche il più saldo, viene messo a dura prova e può vacillare. Quasi tutte le certezze crollano e resta soltanto un grande senso di precarietà.
E' difficile dare conto di tutto questo senza cadere in toni melodrammatici, o al contrario, senza assumere lo stile di una cartella clinica, e dunque chiediamo perdono al lettore se avrà quest'impressione.
Il 31 marzo, mentre si trovava a Bologna, Riccardo ricevette una telefonata che segnò l'inizio di tutto il dolore che stava per abbattersi su di lui e sulla sua famiglia.
Suo padre, Francesco Monterovere, era stato ricoverato d'urgenza per un forte dolore al petto. L'angiotac aveva rilevato un'emorragia interna al pericardio, dovuta ad una dissezione dell'aneurisma all'aorta ascendente, oltre ad un malfunzionamento della valvola aortica.
Era necessario un immediato intervento a cuore aperto, per l'applicazione di due protesi, una al tratto aortico ascendente e un'altra alla valvola.
Questo tipo di operazione, quando avviene d'urgenza, con un'emorragia in atto e uno scompenso cardiaco grave, è estremamente delicata e rischiosa. Per rendere almeno un'idea di questo rischio, basti pensare che, durante un intervento a cuore aperto, la circolazione sanguigna deve essere garantita dall'esterno, per mezzo di una pompa artificiale, mentre il cuore (in condizione di arresto temporaneo) viene sollevato e sottoposto al trapianto delle zone compromesse.
Data la delicatezza della situazione, questi interventi avvengono in strutture private specializzate e convenzionate col servizio pubblico.
Il paziente venne dunque trasportato in una di queste cliniche e portato immediatamente in sala operatoria.
L'intervento durò sei ore, ma ci vollero due giorni prima che Francesco fosse dichiarato fuori pericolo.
Il protocollo della terapia intensiva nelle cliniche specializzate è molto restrittivo, per cui solo un parente viene ammesso alle visite, seguendo una procedura di sterilizzazione molto complessa. Silvia stette il più possibile accanto al marito, che ancora era sotto profonda sedazione.
Riccardo passò quei giorni trascinandosi su e giù per i corridoi della clinica, nell'attesa di una qualche notizia. Era la prima volta che si trovava in una simile condizione, e purtroppo fu la prima di una lunga serie. In quei momenti apprese una triste verità, e cioè che nessuno può dire di aver conosciuto realmente l'angoscia se non è mai stato ore ed ore nelle anticamere di una sala operatoria, nell'attesa di sapere se un proprio caro riuscirà a sopravvivere.
Ma siccome al peggio non c'è mai fine e le disgrazie non vengono mai sole, un nuovo incubo era alle porte.
Mentre Francesco era ancora in convalescenza, il 10 aprile Silvia si sentì male: forti dolori addominali, nausea e una gran debolezza. All'inizio pensò che fosse solo una conseguenza dello stress, ma il secondo giorno i sintomi divennero più intensi e dovette farsi visitare. 
I medici le prescrissero una serie di esami dai quali risultò un quadro molto serio: c'era un tumore maligno al colon e bisognava operare immediatamente.


mercoledì 10 gennaio 2018

Vite quasi parallele. Capitolo 102. Il bel tempo andato

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Come disse Francesca da Rimini: "Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria", perché la felicità passata non è più felicità, mentre il dolore passato è ancora dolore e si somma a quello presente.
Per questo, nel ricordare il bel tempo andato, e in particolar modo il periodo tra la primavera del 2008 e l'inverno del 2010, Riccardo non poteva fare a meno di sentire un profondo senso di mancanza.
Mancanza per chi non c'era più, o per chi c'era ancora ma lontano, o era cambiato o era irraggiungibile.
Mancanza, dunque...
Ma quei due anni, ah, quei due anni! Tutto ciò che lui e Ilaria avevano fatto insieme! Tutte le esperienze condivise, tutti i loro viaggi in Inghilterra (da Londra a Windsor fino ai luoghi arturiani e celtici), in Francia (fino alla foresta di Broceliande e alla tomba di Merlino), in Germania (la Selva Nera e i viaggi in canoa lungo il Reno), in Scozia (a Rosslyn), in Grecia, e poi gli studi universitari e le loro letture comuni... tutto questo e molto altro ancora, ogni volta che tornavano alla memoria di lui nei decenni plumbei che vennero dopo, continuavano a suscitargli nella mente, nel cuore e nella voce un'esclamazione: "Quelli sì che erano tempi!"
Tutto ciò che era stato caratteristico di quel periodo, soprattutto prima dell'inverno 2010, comprese le mode, le vicende mondane, persino gli eventi più marginali, i dettagli in apparenza meno rilevanti, tutto era destinato a persistere nel ricordo e a sembrargli migliore di ciò che venne dopo.
E la consapevolezza che certe cose non tornano più, e non bisogna pensarci troppo, e concentrarsi sul qui ed ora, non riuscì mai a porre un argine alla nostalgia e al rimpianto.
Forse solo con il racconto ci si può liberare dai propri fantasmi.
In quegli anni Riccardo apprese molte cose grazie a Ilaria.
Lei gli insegnò a conoscere ed apprezzare la letteratura francese dell'Ottocento e del primo Novecento, in particolare la narrativa, poiché anche Ilaria era una grande lettrice.
Stendhal, Balzac, Flaubert, Zola, Huysmans, Proust, Gide, Marguerite Yourcenar, Simone De Beauvoir, Sartre, Camus, Céline, solo per fare i nomi più famosi, furono sviscerati con la stessa attenzione che in passato era stata destinata agli autori della letteratura inglese, tedesca e russa.
Riccardo ed Ilaria potevano stare interi pomeriggi a parlare dei romanzi che leggevano, confrontando le proprie opinioni e nel contempo scambiandosi tenerezze e gesti di dolce intimità.
Se da qualche parte esistesse un paradiso, sarebbe simile a quello che loro vissero in quei momenti.
Il biennio 2008-2010 fu, per Riccardo Monterovere, la sua personale Belle Epoque, la sua Golden Age, il suo Bel Tempo Andato, condiviso con colei che era, secondo le sue stesse parole "l'altra parte di me, la parte migliore", la sua Ninfa Egeria, la Signora del suo cuore.
Ilaria Mantovani era tutto questo e molto di più, e dal momento che era andata a convivere con lui nell'appartamento di via Mascarella, era diventata, agli occhi di tutti i loro compagni di corso, e questa volta senza ironia, ma con un briciolo di invidia, la Duchessa di Mascarel.
Questo soprannome le derivava anche dal fatto che Riccardo la adorava allo stesso modo in cui il Duca di Windsor, Edoardo VIII, aveva adorato Wallis Simpson, la sua Duchessa, per la quale aveva rinunciato alla corona del Regno Unito e dell'Impero Britannico.
Tutti coloro che erano invitati a partecipare ai tè delle 5 a "Mascarel Palace" rimanevano meravigliati dal clima romantico e romanzesco che si respirava in quel centro di ritrovo delle giovani promesse dell'Università di Bologna, specialmente di quel cenacolo ristretto che si era creato intorno allo zio di Riccardo, il professor Lorenzo Monterovere, i cui seguaci si erano autoproclamati "I Laurenziani", ma di questo si parlerà in seguito, perché alcuni di loro ebbero un ruolo nella crisi degli anni successivi.
Ma in quel momento, su di loro, "nemmeno una nuvola" oscurava il cielo.
La loro vita bolognese era completamente separata da tutto il resto.
Avevano deciso, di comune accordo, ognuno per ragioni personali più o meno valide, di tenere per il momento fuori dal gioco le rispettive famiglie e tutto quello che era il loro mondo di origine.
Anche lei aveva un passato che preferiva lasciarsi alle spalle, e una famiglia piuttosto complessa dalla quale stava cercando di affrancarsi.
Fu così possibile, per Riccardo, continuare a nascondere molti aspetti imbarazzanti del suo passato, soprattutto per quanto riguardava il famigerato periodo milanese.
Intanto la vita universitaria dei due innamorati proseguiva.
Fino all'anno accademico 2007/2008 seguirono e prepararono insieme la maggioranza degli esami, poi però le loro strade accademiche si divisero, perché lui si stava laureando in Storia e lei in Lettere Classiche.
Oltre a due tesi di laurea molto diverse, incominciarono quindi, nell'anno accademico 2009/10, a frequentare insegnamenti diversi, a preparare esami differenti e inevitabilmente a conoscere altre persone.
E fu qui che incominciarono i problemi destinati poi a diventare evidenti durante il Biennio della Laurea Specialistica o Magistrale, che per Riccardo fu in Filologia italiana e letterature moderne (e fu la sua terza laurea), mentre per Ilaria fu in Filologia classica e letterature antiche.
Come si vedrà in seguito, i problemi derivanti da questa divergenza di esperienze formative (con un particolare riferimento all'esperienza Erasmus di Ilaria in Grecia e Anatolia) non sarebbero stati di per sé sufficienti a creare una vera e propria crisi nel rapporto di coppia tra Ilaria e Riccardo.
A incrinare in maniera sempre più grave la loro così profonda intesa fu il concatenarsi, nello stesso momento, nell' "annus horribilis" 2011, di una serie di eventi drammatici, tragici e laceranti, destinati a sconvolgere, in maniera totale e quasi fatale, l'equilibrio psicologico di entrambi.
E di questo dovremo dare conto nei prossimi capitoli.
Una cosa sola deve essere chiara fin d'ora: per Riccardo il meglio era passato.

martedì 9 gennaio 2018

Vite quasi parallele. Capitolo 101. Diana Orsini diventa bisnonna

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Nel 2008, all'età di 95 anni, Diana Orsini vide coronato uno dei suoi più grandi desideri, per il quale aveva atteso tanto, e cioè quello di diventare bisnonna. 
In febbraio era infatti nata Beatrice, la figlia di suo nipote Alessio e della moglie di quest'ultimo, Rebecca.
Si trattò di un evento gioioso, perché la piccola Bea fu come un raggio di sole dopo una lunga tempesta.
Portò, in quella famiglia così bersagliata dalla sorte avversa, una ventata di allegria, di spontanea e limpida felicità, col quale tenne fede al suo stesso nome: "portatrice di beatitudine".
E se non fosse stato per l'innata e dirompente volontà di vita e di rinnovamento che Beatrice portò con sé, sarebbe stato molto difficile, per il clan Ricci-Orsini e le famiglie ad esso collegate, riuscire a superare le dure prove che ancora li attendevano.
La nascita e la crescita di Beatrice fu per tutti una grande benedizione, e in particolare per Diana, che, osservando la pronipote e giocando con lei, sentì che tutte le sofferenze del passato erano valse la pena di essere sopportate, se il risultato era quello della venuta al mondo di un così dolce e adorabile angelo.
Diana e tutta la sua famiglia potevano finalmente guardare al futuro con la speranza che qualcosa di buono e di bello sarebbe sopravvissuto a tutti loro e ne avrebbe conservato il ricordo.
Da quel momento in avanti i compleanni della piccola Bea e le festività tradizionali vennero vissute, in famiglia, con animo più sereno, nonostante le tribolazioni che ognuno dei singoli membri si trovò a dover affrontare.
Poiché Alessio era figlio unico, i suoi cugini Fabrizio e Riccardo, a loro volta figli unici, divennero gli "zii" di Beatrice e ne furono onorati e felici.
In particolare tra Riccardo e la piccola Bea si creò un rapporto di complicità incredibile, poiché la nipotina aveva intuito fin da subito che quello zio così stravagante e misterioso, che viveva lontano, ma tornava sempre per le feste e trascorreva con lei, a Cervia, tutta l'estate, aveva dentro di sé ancora vivissimo "il bambino della campagna", che poi era il nucleo più sano e positivo della sua personalità.
E così poteva capitare che, in quella specie di mausoleo che era diventata la Villa Orsini, si sentissero improvvisamente schiamazzi e risate, specie quando Diana, Riccardo e Beatrice guardavano insieme qualche film di Walt Disney e poi giocavano con le bambole delle Principesse Disney che la bisnonna e lo zio regalavano alla nipotina.
E non era un caso che tre persone di età così diversa riuscissero ad andare perfettamente d'accordo.
C'era infatti qualcosa di molto profondo che li accomunava: era l'amore sviscerato per la campagna, la natura selvaggia, gli animali, i fiumi, le piante, i fiori e tutta quella bellezza di cui il parco di Villa Orsini era ancora custode.
Diana sorrideva nelle foto di quegli anni, pur sapendo che quell'idillio non sarebbe potuto durare.
E questo non solo per la sua tarda età e le sue malattie, ma anche perché la situazione finanziaria del Feudo Orsini era estremamente precaria e aggravata dalla crisi economica mondiale e dal crollo delle borse del settembre 2008, con l'esplosione della più grande bolla speculativa di tutti i tempi.
Ma di tutto ciò si parlerà più avanti.
In questo capitolo abbiamo voluto dar conto soltanto degli eventi positivi, quelli che rendono sopportabile la vita.
C'è un tempo per tutte le cose, persino per la felicità, ogni tanto.

lunedì 8 gennaio 2018

Vite quasi parallele. Capitolo 100. Galeotto fu Dante

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L'esame di Letteratura Italiana si avvicinava e Ilaria e Riccardo decisero di prepararlo insieme, almeno per quel che riguardava la parte scritta. I titoli dei temi infatti erano sempre così suddivisi: uno su Dante, uno su un periodo della storia della letteratura e un altro sull'analisi di un testo poetico o in prosa.
Per non far arrabbiare le amiche, Ilaria ripassava con loro la storia della letteratura e le analisi testuali, mentre con Riccardo preparava la Divina Commedia e tutte le altre opere di Dante, i cui testi andavano portati integralmente all'esame.
Entrambi amavano molto il Sommo Poeta fiorentino, e ne conoscevano svariati passi a memoria.
Riccardo, oltre ai passi della Divina Commedia, aveva memorizzato anche i sonetti della Vita Nova, e in particolare quello divenuto uno dei testi più famosi della letteratura italiana e mondiale e cioè Tanto gentile e tanto onesta pare.
Poteva essere l'occasione giusta per creare un'atmosfera romantica, cortese e cavalleresca, com'era l'epoca in cui quel testo fu scritto in lode di Beatrice Portinari.
Si trovavano nell'appartamento di lui, a "Mascarel Palace", nell'intimità del cortile interno privato, sotto un pergolato di rose in fiore (era maggio). 
Sembrava che tutto l'universo cospirasse in loro favore.
Riccardo decise così di recitare questi versi guardando Ilaria negli occhi:

« Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare. 

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare. 

Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender no la può chi no la prova; 

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira»

Per tutto il tempo della declamazione, Riccardo aveva continuato a rivolgersi direttamente a Ilaria e lei aveva sostenuto il suo sguardo, e si era commossa.
A quel punto, essendosi creata un'atmosfera propizia, Riccardo aggiunse:
<<Ci sarebbero altri due o tre versi che mi sono permesso di scrivere pensando a te:

Non celare la luce tua chiara
sotto oscuri moggi, Egeria, ora
che il coro delle Muse ci blandisce,
nello specchio di Fonte sempiterna
dove tardi t'incontrai. Rifiorisce
così la timida speranza che illude
talora i volti degli adolescenti.
M'avvolse la magia in te, e vidi poi
tornare in alto ad ardere le favole.
Ninfa e Fata delle selve bisbiglianti,
che sussurrasti a Numa parole di sapienza,
e incantasti Merlino a Broceliande,
come Venere e Viviana con te porti
perenne giovinezza e rinascenza.
L'inverno ormai passato già si scioglie
al pensiero del tuo volto,
ed il canto intenerisce anche le pietre
che ci gravano sul cuore>>

Lei rimase stupefatta:
<<Ma l'hai scritta davvero tu?>>
Lui si mise una mano sul cuore:
<<Sì, e l'ho scritta per te, pensando a te, perché tu sei... e sarai sempre... la mia ninfa Egeria>>



Ilaria era sorpresa e disorientata, ma nello stesso tempo anche sorridente e felice:
<<Nessuno aveva mai scritto una poesia per me. E soprattutto non una poesia così bella!>>
Riccardo si sedette di fianco a lei:
<<E' quello che provo per te. Volevo che tu lo sapessi>>
Lei lo fissò per qualche istante con i suoi occhi grandi e scuri, continuando a sorridere:
<<Il mio dolcissimo Hogwarts...>>
Con una mano gli scompigliò i capelli e con l'altra gli prese la cravatta in stile Grifondoro e lo attirò a sé.
Si scambiarono il loro primo bacio, e fu per entrambi un'esperienza nuova, perché nelle loro precedenti relazioni non c'era mai stato un così grande romanticismo.
Entrambi si erano preparati bene a quell'evenienza.
La bocca di lei sapeva di fragola e quella di lui sapeva di menta, perché da tempo erano consapevoli che quell'incontro esigeva l'assoluta perfezione sia dei sensi che dei sentimenti.
In quel momento Riccardo provò una gioia così intensa che mai prima aveva conosciuto.
Gli sembrò di aver atteso quel momento per tutta la vita, e tutto ciò che era accaduto prima gli apparve opaco rispetto allo splendore di quel momento.
L'inverno del suo scontento pareva terminato, sotto i raggi di quel sole che brillava davanti a lui.
L'opaca trafila delle cose che si erano succedute fino ad allora aveva ceduto il posto ad un senso di completezza e di condivisione che colorava un universo precedentemente grigio.
C'era una profondissima tenerezza in quel bacio e in quell'abbraccio, un senso di reciproca protezione, di assoluta condivisione, di dolcissima consapevolezza di non essere più soli, di aver trovato qualcuno con cui sentirsi in perfetta sintonia e con cui scambiare tutto quell'amore che per tanto tempo era rimasto nascosto dietro altissime pareti di ghiaccio.
Nessuno dei due aveva dubbi sul fatto di aver avuto la più grande fortuna possibile, ossia aver trovato l'anima gemella.
A nessuno dei due venne in mente, né quel giorno, né nei mesi successivi, quando la loro relazione si consolidò, che l'amore, anche il più grande, non è sufficiente per far funzionare una storia.
C'erano molti argomenti taciuti e molti nodi che ancora non erano venuti al pettine, nelle loro vite.
E infine c'era una considerazione di fondo.
Lei era molto più giovane di lui e anche molto più bella, e più intelligente, e più simpatica e più stabile caratterialmente. Ma questo sarebbe emerso solo molto tempo dopo, e avrebbe messo in evidenza problemi che in un primo momento erano sembrati inconsistenti.
Fu un errore, da parte di Riccardo, l'aver tenuto nascoste le sue debolezze, gran parte del suo passato personale e familiare, e persino la sua vera età?
Forse sì, forse fu un vero peccato.
Ma era davvero un peccato imperdonabile?
Come scrisse un poeta nei tardi anni: 
"D'amore non esistono peccati. Esistono soltanto peccati contro l'amore".
E quelli sì, sono imperdonabili.