lunedì 4 aprile 2016

Quanta urina può contenere la vescica? Per quanto tempo si può riuscire a trattenere la pipì? How much pee can the bladder hold it? How long could be held a full bladder?




Normalmente lo stimolo ad urinare si incomincia a sentire quando la vescica ha incamerato 250 ml di urina, il che avviene circa ogni 3 ore. Se si considera che le ore di veglia diurna sono circa 18, il numero di volte in cui normalmente si fa pipì durante una giornata è 6, di cui una al risveglio, una a metà mattina, una all'ora di pranzo, una a metà pomeriggio, una all'ora di cena e una prima di andare a letto. Questa è la media.
Ci sono però molte persone che tendono a trattenere la pipì per più tempo, anche 4 o 6 ore consecutive. Un esempio di routine, in questi casi, può comprendere circa 4 minzioni giornaliere: una al risveglio, una all'ora di pranzo, una all'ora di cena e una prima di andare a letto.
In questi casi la vescica può arrivare a contenere una notevolissima quantità di urina, specie per chi bene molto (e bere molta acqua è consigliabile, specie quando non si va in bagno spesso).
Chi trattiene la pipì oltre le tre ore porta la propria vescica a contenere capacità sempre più grandi, con un livello crescente di urgenza.
Tra i 400 e i 500 ml il bisogno di urinare diventa molto urgente.
Da quel momento in avanti tutto dipende da fattori personali: dimensioni della vescica, funzionalità degli sfinteri e del muscolo detrusore, età, genere, cartella clinica, situazioni esogene e climatiche, stimolazioni.
Tra i 500 gli 800 ml la vescica è piena e manda segnali sempre più pressanti per essere vuotata.
C'è comunque chi è in grado di resistere ulteriormente, poiché la vescica, quando è in perfette condizioni di salute, è molto elastica.
Personalmente il mio limite massimo è di 1500 ml, oltre i quali si ha il cosiddetto "leaking point", cioè incominciano a verificarsi piccole perdite involontarie, che possono essere fermate, ma che è sempre più difficile fermare, finché diventano più lunghe e più consistenti. In parole povere, non si è più in grado di trattenere la pipì (la pressione del detrusore supera quella dello sfintere) e si perde completamente il controllo.

Ma vediamo meglio cosa succede se, superato il limite massimo di capacità della vescica, si cerca comunque di trattenere l'urina a tutti i costi?
E' pressoché impossibile evitare le piccole perdite, ma si può prolungare il periodo di resistenza fino a 1,5 litri.
Oltre questa soglia le perdite saranno sempre più frequenti e consistenti.

Osserviamo i vari stadi collegandoli al livello di riempimento della vescica 

Stadio 1. Appena percettibile. Un piccolo senso di solletico alla vescica. 100 ml
Stage 1. Little to no notice. Light tickling bladder.

STAGE 1...Little to no Notice:

Stadio 2. Un leggero bisognino di fare pipì. 150ml
Stage 2. Slight notice. Dimly aware of the need to pee.

STAGE 2...Slight Notice:

Stadio 3. Resistenza mentale al bisogno urinario. 200 ml
Stage 3. Mental resistance to the need to pee.

STAGE 3...MENTAL RESISTANCE:

Stadio 4. Gambe saldamente unite. 300 ml
Stage 4. Legs bind.

STAGE 4...LEGS Bind:

Stadio 5. Gambe intrecciate e accavallate. 400 ml
Stage 5. Legs crossed.

STAGE 4...LEGS CROSS | STAGE 5...LEGS CROSS:

Stadio 6. Negare il dolore e fingere con gli altri di non avere alcun bisogno di fare pipì. 550 ml
Stage 6. Deny the pain and pretend not having to pee.

STAGE 6...Deny the PAIN:

E così Barbie trattenne la pipì per tutto il tempo e quando finalmente uscì da quella enorme dimora, si sentiva scoppiare. 
Appena uscita l'urgenza passò ad uno stadio ulteriore.

Stadio 7. Braccia incrociate nell'illusione di riuscire a trattenerla meglio. 600 ml
Stage 7. Crossing arms to increase pressure.

STAGE 7...CROSS ARMS TO INCREASE PRESSURE:

Correva verso casa, ma il suo bisogno di fare pipì era così urgente che a un certo punto dovette interrompere la corsa, per incrociare le gambe e premersi le mani sul pube, onde evitare che la vescica cedesse.

Stadio 8. Una mano sul cavallo dei pantaloni o della gonna per bloccare imminenti perdite. 700 ml
Stage 8. One hand on crotch to stop the flood of urine.

STAGE 8...One Hand on Crotch:

Stadio 9. Danza della Pipì 800 ml
Stage 9. Potty dance. Actual Pee Pee Dance properly said.


Stadio 10. Emergenza. 900 ml
Stage 10. Emergency. Pee emergency, Pee desperation.

STAGE 10... EMERGENCY:


Stadio 11. E' lo stadio finale. La vescica ha raggiunto il suo massimo limite di continenza. Oltre quel livello, incominciano le contrazioni e le perdite.  900 ml
Stage 11. Final stand. About to pee her pants.

STAGE 11... FINAL STAMD:


Stadio 12: cedimento della vescica. 1000 ml
Quando una persona incomincia a farsela letteralmente addosso. La vescica di Barbie cedette e la pipì incominciò a fluire, prima a gocce, poi a getti, poi a torrenti, poi a fiumi, infine a cascate del Niagara, creando un enorme lago dorato per terra.
Stage 12, second end: Bursting bladder and wetting her pants.

ENDING 2: STAGE 12... Bladder burst:


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E' possibile tuttavia, in casi di forte capacità della vescica, resistere fino a 1500 ml.

Per misurare la capacità di contenimento e resistenza della propria vescica e vedere a che punto si perde il controllo di essa e si incominciano ad avere perdite involontarie di pipì (in pratica si incomincia a farsi la pipì addosso), c'è una prova molto semplice: 

1) Bevete molta acqua fino a quando non raggiungete un bisogno estremamente urgente.

2) A quel punto sedetevi a cavalcioni di una sedia, avendo il petto o il mento appoggiati allo schienale, e in questa posizione dedicarsi ad attività al computer, cercando quindi di distrarsi.

3) In genere in quel momento scattano le prime perdite: quando si fanno consistenti allora si utilizza una bottiglia vuota da un litro e mezzo per misurare la quantità di urina contenuta nella vescica.

Tali punti sono stati comprovati da un esperimento che ho condotto su me stesso.
In una giornata di riposo, in cui ero solo in casa, ho verificato quanto segue.
Ho fatto pipì alle 11 del mattino e poi ho aspettato, bevendo, nell'arco della giornata, più di due litri di acqua e di altre bevande contenenti caffeina, la quale è un diuretico.



Ecco il resoconto dell'esperimento con gli status inglesi a fianco:

11.00: Vescica appena svuotata. "Empty"

15.00: Vagamente consapevole della mia vescica. "Dimly aware"

15.30: Consapevole di avere bisogno di fare pipì, ma di poterla tenere senza problemi. "Aware"

16.30: Mi scappa la pipì e in condizioni normali andrei a farla, ma c'è l'esperimento. "Need"

17.00: La pipì mi scappa forte. Il bisogno è diventato urgente. "Unconfortable" "Urgent"

17.30: Mi scappa più forte. Devo pisciare con urgenza."Had to pee badly" "Crossing my legs"



wobblygreenwaterballoon:

Finished Tony Stark omo commission for @ladycomedian!
Commission Info here

Gotta pee gotta pee gotta pee gotta pee



17.45: Mi scappa fortissimo. Una pipì assurda. Pisciata in canna. "Had to pee really badly"

18.00: Mi scappa una pisciata enorme. Una gran pisciatona. "Had to pee like a racehorse".

18.15: Ho la vescica che mi scoppia. Una pipì pazzesca, colossale. "Bursting bladder"

18.30: Bisogno urgentissimo di urinare. Mi agito e incrocio le gambe. "Squirming" "Fidgeting"

18.45: Bisogno impellente. Mano tra le gambe. "Squeezing" "Desperate" "Pee desperation" 



19.00: Bisogno improrogabile. Trattengo la pipì a fatica. "Really desperate to pee"

19.15: Quasi me la sto facendo addosso. Sto per pisciarmi addosso. "About to pee my pants"

19.30: Sono letteralmente sul punto di farmi la pipì addosso. "On the verge of pee myself".

19.45: Sto morendo, non ce la faccio più. "I can't hold it any longer" Ready "To pee myself".

20.00: La vescica fa male. La pressione insostenibile."Aching bladder""Overhelming pressure"

A questo punto è iniziata la parte più interessante dell'esperimento, che si è svolta secondo regole ben precise. Dovevo stare:
- Seduto a cavalcioni dello schienale della sedia, a gambe divaricate.
- Non potevo utilizzare le mani per aiutarmi a trattenere l'urina.
- I gomiti erano appoggiati alla scrivania
- Nel frattempo scrivevo al computer
- Sulla sedia ovviamente c'era un telo di plastica, come sul pavimento. Addosso portavo solo le mutande e un paio di pantaloni facilmente lavabili.

20.15: Prima perdita involontaria di urina. Un getto mi ha bagnato le mutande. "First spurt"

20.30: Ogni volta che perdo la concentrazione, mi scappa un goccio. "Leaking point" 

20.45: Le perdite si fanno più frequenti e consistenti. "Leaking" "Dribbling" "Overflow"

20.50: Mi sta letteralmente scappando: ad ogni perdita faccio sempre più fatica a riprendere il             controllo e sento che sto perdendo il controllo della vescica. "Losing control"

20.55: Mi sto letteralmente pisciando addosso, ma cerco ancora di fermare il flusso di urina,               anche se diventa sempre più difficile. "Wetting my pants" "Extreme discomfort"

21.00: Ho ceduto: non sono riuscito a fermare il flusso di pipì e la vescica si è contratta                         improvvisamente e un torrente di urina mi ha allagato i pantaloni. "Sudden extra                       pressure" "Totally peeing my pants" "Completeley pissed myself"



Gotta pee so bad. Can't hold it. Peeing his pants.

He's peeing his pants:




Black Butler Omorashi:

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Siamo in autostrada, sono le 9:30 di un sabato, che mi permetterà di dimenticare la prima settimana lavorativa tremendamente sofferta, dopo quel mese di ferie appena trascorso. Ancora 150 km. per ritrovarmi fra le braccia di quel mare cosi' amato... Uffa!.. l'attesa mi stressa... in più, mi scappa anche la pipi'!!! Propongo a mio marito una sosta, a una stazione di servizio. 
Finalmente, dopo 20 km. arrivammo a un'area di servizio, notai subito con piacere che era semi-deserta (odio il caos e le estenuanti file). Scesi dall'auto, lasciando mio marito vicino alla pompa di benzina dandogli appuntamento all'interno del grill. L'insegna della toilette, indicava il retro della struttura e m'incamminai. Voltai l'angolo e finalmente vidi la porta d'ingresso, ma... strano, l'indicazione del bagno delle donne o quella degli uomini, non c'era... solo una scritta: Toilette. Pensai subito che l'ingresso fosse unico e che all'interno avrei trovato la suddivisione... e entrai. L'ambiente sembrava deserto, sulla sinistra un lungo specchio copriva quasi tutta la parete e alla base 5 lavandini. In fondo, proprio di fronte a me, seminascosto da un muro, s'intravedeva un orinatoio di quelli a muro tipicamente dai maschi... e sulla destra, 5 porte senza nessuna scritta. Ero indecisa sul da farsi e rimasi ferma per un attimo, per tentare di percepire qualche rumore che mi indicasse la presenza di persone all'interno, ma nulla...l'ambiente sembrava deserto e mi feci coraggio avanzando verso la prima porta. L'aprii, ma era un ripostiglio che conteneva scope, stracci e detersivi...
Passai alla porta affianco, finalmente un bagno!, anche se era una turca... Cavolo!!! la serratura era distrutta!!! e la porta non si poteva bloccare... uffa! ... Mentre pensavo cosa fare, mi accorsi che buona parte del rivestimento del bagno, compresa la porta stessa, erano imbrattate da scritte e disegni osceni.Uscii disgustata, Non era possibile farla lì.
Tornai in macchina, ma non dissi a mio marito che mi faceva troppo schifo farla in quell'orribile cesso, perché lui avrebbe risposto che ero troppo schizzinosa.
Credevo che alla fine sarei riuscita a tenerla fino alla fermata successiva.

Passa un'ora e la mia vescica sta scoppiando, ma è troppo presto per chiedere un'altra sosta.
Passa un'altra mezz'ora e io sento che la pipì mi preme sempre più, vuole uscire a tutti i costi, ma io la trattengo. Penso: "Tra mezz'ora gli chiederò un'altra sosta. Lui sa che ogni due ore è meglio fermarsi e rinfrescarsi un po'".
Passa un'ulteriore mezz'ora e io sto esplodendo: la mia pisciata non può essere più rimandata.
-Appena vedi un autogrill... fermati... mi scappa la pipi'!!! 

Mio marito risponde nel suo solito modo canzonatorio: 
-Ancora? Hai solo 35 anni e mi sembra che hai già bisogno di un tena lady per anziani!
Io non sono in vena di scherzare:
-Senti, lo sai benissimo che una donna che ha partorito ha i muscoli pelvici più deboli, per cui risparmiami le tue battute da quattro soldi e fermati il prima possibile, se non vuoi trovarti il sedile allagato.
Lui si prende paura quando mi arrabbio, gli uomini sono fatti così:
-Ok, ok, non pensavo che fosse così' urgente. Ho visto che tra 5 km c'è una stazione. Ce la fai a tenerla?
Io non ne ero sicura, ma in quel momento la strada era libera, per cui calcolai che in pochi minuti saremmo arrivati:
-Sì, ma fai in fretta, me la sto facendo addosso!
Proprio nel momento in cui ho pronunciato quella frase, passata una curva, in una zona senza alberi né ripari, il traffico rallenta.
Nel giro di due minuti ci troviamo bloccati nel traffico, in una zona dove non c'è modo di fare pipì senza essere visti da tutti, ed io mi sto letteralmente pisciando addosso.







Sono circa le 21:00 a Milano, in una serata di inizio settembre che fa sentire — con l’arrivo delle prime perturbazioni — la fine dell’estate. Qualche brivido sulla pelle suggerisce che sebbene non sia ancora necessario il cappotto, certamente lo è tornare a mettere le calze. Di ritorno dall’ufficio, mi sono concessa un momento per salutare degli amici che, di ritorno dalle vacanze, si sono dati appuntamento in Piazza Gae Aulenti. Ora li saluto, è ora di rientrare a casa. Torno alla metro in direzione Cadorna. Tempo di attesa: 8 minuti. Mi sembra un’eternità rispetto ai ritmi con cui ci muoviamo in città, ma accetto comunque la situazione di buon grado — forse è ancora in vigore l’orario estivo — mentre mi accorgo, complice l’aria fresca arrivata d’improvviso, che ho bisogno di andare al bagno.
Arriverò a casa non prima di 20 minuti circa, mi dico. Cerco un bagno. Inutilmente, poiché scopro che in metro non esistono bagni. A quel punto, mi accorgo che il bisogno è diventato quasi urgenza. Decido di perdere la metro e di cercare un bagno nella stazione delle ferrovie al piano superiore. Attraverso i corridoi, sembrano lunghissimi. Le biglietterie sono chiuse, non i negozi. Mi fermo al supermercato e con naturalezza, oltre l’imbarazzo dell’avere di fronte un uomo, esprimo la mia urgenza di un bagno. «Signora, qui da noi non è possibile», dice, mortificato. «Vada a sinistra in fondo, scenda la rampa e subito a sinistra troverà i bagni. In alternativa vada di fronte, salga con la scala mobile al piano superiore e li troverà sulla destra, ai binari». Ringrazio, mi avvio: velocemente, ma senza correre, non posso.
Finalmente vedo l’ingresso ai bagni. Comincio a gioire, ma è chiuso a chiave. Chiuso quello per le donne, chiuso quello per gli uomini, chiuso quello per disabili. Trattengo: anche il respiro. Mi scopro a rimproverarmi per non aver previsto «per tempo» che un po’ di aria fredda improvvisa avrebbe potuto impedirmi di trattenere la pipì per più di un’ora. Siamo sempre molto brave a colpevolizzarci. Intanto mi metto a seguire la seconda alternativa offertami dal dipendente del supermercato.
L’urgenza è diventata ormai impellente, complici le folate di aria sempre più fredda. Sono finalmente ai binari della stazione ferroviaria di Garibaldi. Vedo i bagni, mi affretto. Sono chiusi anche questi: addirittura con un catenaccio. Il senso di frustrazione e di vergogna cominciano a farmi pressione in gola e in tutto il resto del corpo. Vedo una donna, orientale, con una bambina al seguito, venire da dietro il muro di confine che porta all’ultimo binario. Mi affretto in quella direzione. C’è solo un motivo per cui una madre con sua figlia decidono di frequentare un angolo così buio della stazione: deve esserci un bagno aperto o un qualcosa dove la bimba possa far pipì. Mentre mi avvicino a loro però, lo sguardo di profondo sconforto della bimba e quello irrigidito dalla rabbia della madre, mi suggeriscono che il mio disagio non è finito.
Proseguo in ogni caso in quella direzione. Mi sento male, non riesco più a trattenerla. Sempre lì, alla fine dei binari, vedo una porta di accesso a degli ambienti ben illuminati e riservati al personale della stazione. Mi ci fiondo dentro. Oltre il corridoio spero in una scala che porti da qualche parte o in qualcuno a cui chiedere. Apro l’ultima porta e mi ritrovo in un ambiente riscaldato, di accesso a degli ascensori. Il calore attenua la sensazione di dolore. Mi calma un attimo. Poi, tutt’intorno per terra, vedo i corpi distesi di uomini che dormono su dei cartoni. Il mio arrivo li sveglia, i loro occhi scuri mi fissano. Scappo.
All’impatto con l’aria fredda dell’esterno, per un attimo penso di abbassare i pantaloni, invidiando un po’ l’uomo che in quella circostanza in maniera molto più naturale avrebbe potuto abbassare la cerniera e farla in quell’angolo buio, senza stare a pensarci. Ma decine di persone sono sul binario in attesa del treno per Torino: e mi stanno tutti guardando. Non posso abbassare i pantaloni. È passata quasi mezz’ora da quando ho cominciato a cercare un bagno. Forse solo io riesco a vedere l’acqua calda che sgorga dalle ballerine ai miei piedi e la pozza che a macchia d’olio si sta estendendo intorno a me, partendo silenziosamente da me. Per fortuna indosso un pantalone nero.
Nessuno — mi dico — si sta certo accorgendo che me la sono appena fatta addosso. Prendo il telefono, d’istinto: non per chiamare aiuto, ma per nascondere l’imbarazzo. Inizio a capire che in quello stato non posso più andare da nessuna parte: né prendere la metro, né tantomeno un taxi. Lo imbratterei irrimediabilmente. Con tutta la naturalezza e l’eleganza che mi sono possibili, vado verso l’uscita come se nulla fosse accaduto. Chiamo casa, chiedo aiuto al mio compagno, per fortuna a quell’ora già rientrato dal lavoro, accorgendomi che quella richiesta mi stava generando non meno imbarazzo. «Per favore vienimi a prendere! Porta con te un telo grande della doccia, un pantalone e dei sandali di ricambio. Me la sono appena fatta addosso!».
Arriva più in fretta che può. In quei lunghi istanti di attesa ho potuto osservare con attenzione i tratti di quella indecente stazione ferroviaria, nel pieno centro della Milano all’avanguardia. Nessuno sembra accorgersi di me, la stazione è ancora gremita, e questo mi conforta. Un extracomunitario, seduto su una panchina, è l’unico che sembra esser realmente presente in quella stazione. Non ha mai smesso di fissarmi per tutto il tempo, riconoscendo in me un disagio forse ben noto a persone come lui. Ne ho volutamente evitato lo sguardo. Passa allora un ferroviere, lo fermo, gli chiedo dove sia un bagno. Forse sono ancora a tempo per provare ad asciugarmi un po’, smettere di sgocciolare dai pantaloni e di produrre rumore di pozzanghera coi piedi. «È inutile cercarlo qui», dice. «Sono dieci anni che faccio notare all’amministrazione che i bagni dovrebbero essere aperti. Dicono che i passeggeri con il biglietto possono in fondo aspettare che arrivi il treno e poi farla nel bagno del treno». «E se il treno è in ritardo?». «Mi spiace molto signora, non so che dirle».
Sono una donna fortunata, ho una casa accogliente, dei famigliari premurosi. Vivo in una città che offre servizi talvolta inimmaginabili per molti altri italiani. La disavventura si è risolta quasi subito per me, già mentre la lasciavo scorrere via nella doccia sotto

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