sabato 15 ottobre 2016

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La Terza Guerra Mondiale

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La terza guerra mondiale è un'ipotesi storica di conflitto mondiale esaminata e presentata dai mass media in più occasioni, già a partire dal periodo immediatamente successivo alla fine della seconda guerra mondiale, a causa della Guerra fredda. È un tema spesso dibattuto da giornalisti, scienziati e politici ed è stato trattato, oppure è presente come antefatto, in molte opere di fantascienza apocalittica e post apocalittica, oltre ad essere stata oggetto di studi e pianificazioni sui possibili scenari da parte delle autorità militari e civili.
Il termine viene spesso associato all'utilizzo di un qualche tipo di arma di distruzione di massa, come armi nucleariarmi chimiche o biologiche.
Nella seconda metà del XX secolo si considerò che il confronto militare tra le due superpotenze poneva a rischio la pace mondiale, nei momenti particolari durante la guerra fredda che videro l'acuirsi del confronto tra i due blocchi controllati rispettivamente da Stati Uniti d'America ed Unione Sovietica
Dopo la disgregazione dell'Unione Sovietica, nel 1991, la locuzione è stata spesso ripresa per vari conflitti e crisi mondiali che hanno visto contrapposti gli schieramenti capeggiati dagli Usa e quelli capeggiati dalla Federazione Russa, guidata da Vladimir Putin..
Recentemente Papa Francesco, nel 2014, riferendosi a vari conflitti in corso nel mondo (guerra civile sirianacrisi della Crimea del 2014, la guerra dell'Ucraina orientale, guerra degli islamisti in Iraq e in Africa, il tutto in una situazione di crisi economica e proteste globali) e le operazioni militari in Afghanistan ha dichiarato che, a suo parere, il mondo è già entrato nella terza guerra mondiale.Dopo gli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, in un'intervista al direttore di Tv2000 il Papa ha nuovamente affermato che il mondo si trova in una guerra mondiale spezzettata.
Attualmente i fronti geopolitici che stanno portando ad una sempre più grave tensione tra gli Stati Uniti e la Russia sono: 
1) La Siria, dove la Russia è intervenuta per sostenere il governo del presidente Assad contro i terroristi dell'Isis e di altri gruppi islamisti sostenuti dagli Usa, dalla Turchia. dall'Arabia Saudita e dal Qatar. Controverso è il rapporto tra la Russia e la Turchia, che, pur essendo militarmente schierate su fronti opposti, si trovano nella necessità di collaborare a livello economico. La svolta filo-russa di Erdogan, dopo il fallito golpe sostenuto dagli occidentali, ha complicato ulteriormente la situazione della polveriera siriana.

2) L'Ucraina, nelle due regioni secessioniste della Crimea e del Donbass. Riguardo alla Crimea, che ora fa parte integrante della Federazione Russa, gli Stati Uniti si sono opposti fin dall'inizio alla secessione dall'Ucraina e all'annessione alla Russia. Il 15 maggio 2014 si è votato il referendum per l'annessione alla Russia da parte della Repubblica autonoma di Crimea. L'affluenza è stata di 1.548.197 votanti su 1.839.466 aventi diritto, pari all'84,2%. Il quorum di validità del referendum, fissato al 50%, è stato dunque superato, ma la legittimità del referendum è contestata da parte della comunità internazionale, sia sul piano del diritto internazionale, sia sul piano del diritto costituzionale interno.Tra le organizzazioni che l'hanno dichiarato illegittimo, vi è l'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa), l'Unione europea, dagli Stati Uniti d'America e dalla Commissione di Venezia del Consiglio d'Europa.
Gli Usa, l'Ue e i loro alleati hanno varato una serie di sanzioni economiche contro la Russia, dichiarando che l'embargo sarebbe durato fino a quando la Crimea avesse continuato a far parte della Federazione Russa e non fosse tornata a far parte dell'Ucraina.
Putin e la grande maggioranza della popolazione della Crimea non hanno nessuna intenzione di recedere.
L'Onu si è divisa. Ci sono alcuni Stati membri delle Nazioni Unite che riconoscono l'indipendenza della Repubblica di Crimea dall'Ucraina e l'annessione russa:
Vi sono anche Stati non membri delle Nazioni Unite che riconoscono l'indipendenza della Repubblica di Crimea dall'Ucraina e l'annessione russa:

La situazione nel Donbass è invece quella di una costante guerriglia. Se da un lato gli Usa e l'Ue accusano la Russia di appoggiare in ambito militare i ribelli dell'est dell'Ucraina contribuendo a fomentare le rivolte, la Russia ribadisce le violazioni da parte da quello che definisce come illegittimo governo di Kiev nel sopprimere le rivolte con la violenza, non curandosi dei diritti umani e bombardando i civili nella parte russofona del paese senza fare nulla per distendere la tensione. 

3) Ai confini della Lettonia e dei Paesi Baltici si stanno concentrando truppe e armamenti della Nato, compreso un contingente italiano. La Russia, che si è sempre opposta all'ingresso di paesi ex sovietici nella Nato, ha ritenuto provocatoria questa operazione di accerchiamento militare (comprendente anche l'Ucraina e alcuni paesi dell'ex Patto di Varsavia) che sta avvenendo "nel cortile sotto casa". Come risposta diversi Iskander-M sono stati posizionati intorno a Kaliningrad (l'antica Koenigsberg prussiana) nella enclave baltica della Russia, puntati sull’Europa, e nell’area sono stati effettuati diversi voli dei bombardieri russi. A comunicare la notizia è stato lo stesso ministero della Difesa sostenendo, però, che la manovra rientra in “esercitazioni di routine” che prevedono l’uso di tali missili. “Queste unità missilistiche sono state schierate più di una volta (nella regione di Kaliningrad) e lo saranno ancora come parte di una esercitazione militare delle forze armate russe”, ha detto il portavoce del ministero della Difesa, Igor Konashenkov. Il generale ha inoltre affermato che uno dei missili è stato “volutamente esposto alla vista di un satellite spia americano”.

Riportiamo di seguito, su questi argomenti, un articolo di Peter Koenig, analista economico e geopolitico. E’ stato dipendente della Banca Mondiale e ha lavorato molto in tutto il mondo nei settori dell’ambiente e delle risorse idriche. Scrive regolarmente per Global Research, ICH, RT, the Voice of Russia (ora RIA Novosti), The Vineyard of The Saker Blog, e altri siti Internet. E’ autore di Implosione – un thriller economico su guerra, distruzione ambientale e avidità aziendale – finzione basata su fatti reali e 30 anni di esperienza di Banca Mondiale.
Washington è determinata a scatenare una guerra contro la Russia. Fa tutto parte del PNAC (Plan for a New American Century, Piano per un Nuovo Secolo Americano) per dominare il mondo. Dopo la Russia, la Cina dovrebbe seguirla. Questo è il piano. La Cina è circondata, ora, mentre ne parliamo. Non importa che Russia e Cina abbiano di recente concluso un patto, una stretta alleanza finanziaria e militare – quasi impossibile da sconfiggere.

A meno che – e qui sta il nocciolo della questione – a meno che Washington non inizi una guerra nucleare totale, distruggendo il pianeta, incluso se stessa – ma soprattutto l’Europa.

Dei 28 Paesi membri della NATO, 26 sono in Europa, di cui 12 in Europa orientale, Paesi che erano il “cortile di casa” della ex Unione Sovietica. E tutto ciò è accaduto nonostante la promessa di Washington, al momento della caduta del Muro di Berlino, di non di espandere la NATO verso est. Una menzogna e un vero affronto verso la Russia.

Questa provocazione è aggravata oggi dall’ulteriore rafforzamento delle basi NATO in Polonia e Lettonia da parte statunitense, e dalla considerazione che la NATO dà alla richiesta urgente dell’Ucraina – o meglio, dei teppisti nazisti di Kiev insediati da Washington – di protezione della NATO e di diventare Paese membro, non appena possibile.

Immaginate, la NATO alle porte di Mosca. Il Cremlino dovrebbe sottomettersi e accettarlo? Difficile. E con basi NATO in 26 Paesi europei – indovinate un po’ – quale sarebbe il centro logico del prossimo teatro di guerra?

I tirapiedi di Obama non ci arrivano? – I vassalli non hanno cervello? O i leader codardi (sic) scapperebbero in Florida, mentre i loro popoli vengono inceneriti? – Sveglia, Europa ! Svegliati! – Cittadini europei, riprendetevi i vostri Paesi dalle marionette neoliberali, dai vostri leaders vigliacchi senza cervello e spina dorsale.

L’Occidente, guidato dall’Imperatore nudo, sta conducendo una guerra contro la Russia su diversi fronti: implacabile propaganda russofoba e anti-Putin da parte degli MSM Anglo-Sionisti; armando ed equipaggiando i criminali di guerra di Kiev, che ha portato al massacro di almeno 5.000 abitanti del Donbass, la maggior parte dei quali civili, donne e bambini, e più di un milione di profughi rifugiati in Russia; operazioni sotto falsa bandiera ispirate dalla CIA, come l’abbattimento del volo MH17 della Malaysian Air da parte dell’aviazione di Kiev, uccidendo 298 persone; una salva di innumerevoli sanzioni economiche, nonostante danneggino più l’Europa che la Russia; e una guerra valutaria, con una caduta calcolata del rublo, in combinazione con un crollo artificiale dei prezzi del petrolio, ottenuto cospirando per la sovrapproduzione con i clown sauditi: una pugnalata non solo alla Russia, ma anche alle altre economie che rifiutano di piegarsi a Washington, come l’Iran e il Venezuela.

La Russia sta prendendo tutto con calma. Vladimir Putin è un eccellente giocatore di scacchi, in grado di spiazzare l’Occidente ad ogni mossa. Oltre alle grandi riserve in valuta estera della Russia – stimate in quasi mezzo trilione di dollari equivalenti – Ms. Elvira Nabiullina, presidente della Banca Centrale di Russia, ha stipulato un accordo di currency swap con la Cina, mettendo le loro economie combinate, che costituiscono circa il 27% del PIL mondiale (stima 2014: 85 trilioni di dollari) contro le aggressioni economiche occidentali.

Pochi giorni fa la Banca Centrale russa ha iniziato il riacquisto di rubli svalutati e declassati con le sue riserve di valuta estera in eccesso. La valuta russa ha guadagnato il 10 % solo il 17 dicembre, ultimo giorno di contrattazione prima del fine settimana. Con la caduta del rublo, azionisti stranieri di società russe, soprattutto in Europa e Stati Uniti, temevano le perdite dovute al crollo del rublo. Hanno quindi ceduto le loro quote – che la Russia ha rapidamente rimpatriato, e in tal modo non solo è tornata in possesso delle partecipazioni estere nel mercato russo, ma ne ha anche incassato i dividendi. Secondo alcune fonti (Spiegel Online), solo con questa mossa la Russia ha guadagnato circa 20 miliardi di dollari.

Apparentemente la guerra economica e di propaganda la sta vincendo la Russia. Anche sul fronte politico le cose si stanno sgretolando per l’Occidente. Il governo ungherese, membro dell’UE e della NATO, ha appena dichiarato un’alleanza con la Russia contro Washington. La Turchia, un tempo candidata ad entrare nell’UE, è disgustata dell’Europa e punta invece a diventare membro della SCO (Shanghai Cooperation Organization, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione).
La Turchia è un membro strategico della NATO. Altri seguiranno il suo esempio, dal momento che sempre più stanno scoprendo la nudità dell’Imperatore e la sua malignità?

I veli stanno cadendo. Uno dopo l’altro. Cosiddetti alleati dell’Impero sono cauti da tempo. Timorosi di “sanzioni”, o peggio, di un possibile intervento della spietata macchina di morte, hanno annuito e collaborato. Ma, come vedono possibile l’implosione della bestia, hanno sempre più il coraggio di saltar giù dalla nave.

Europa – stai in guardia! Il centro della prossima guerra potrebbe di nuovo essere l’Europa. Una bestia morente non conosce pietà. Distrugge l’universo e se stessa piuttosto che lasciare sopravvissuti. A meno che i suoi tentacoli velenosi non vengano paralizzati: dall’isolamento economico; abbandonando il dollaro; facendo diventare irrilevante e obsoleta questa moneta senza valore. Una volta per tutte.

Europa – non è troppo tardi! Il vostro futuro economico è nella vostra indipendenza; in un’alleanza di voi, l’Europa, una coalizione di nazioni sovrane, con l’Est – un’alleanza con l’annunciata nuova Via della Seta. L’offerta della scorsa primavera del signor Xi Jinping alla signora Merkel è ancora valida. Il pensiero neoliberista è pensiero a breve termine. Profitto immediato per debito immediato.

Europa, prendi l’iniziativa. Staccati dal sistema corrotto del dollaro, un casinò che genera debiti. Un nuovo sistema monetario basato su rublo e yuan è in divenire. E presto potrebbe estendersi ad altre valute dei BRICS – e, chissà, forse all’Euro? – I nostri figli, nipoti e i loro figli meritano un futuro di pace, armonia e benessere.




L'obiettivo degli Usa è la disgregazione della Federazione Russa entro il 2025

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L'obiettivo di disgregare la superpotenza russa euroasiatica è sempre stata una fissazione della geopolitica occidentale. Uno dei suoi primi e più noti sostenitori fu Sir Halford Mackinder, il geografo inglese autore di Democratic Ideals and Reality; che sottopose la teoria delle Heartlands alla Royal Geographical Society nel 1904. Heartland o Heartlands (letteralmente: il Cuore della Terra) è un nome che Mackinder diede alla zona centrale del continente Eurasia, corrispondente all'incirca alla Russia e alle province limitrofe, da

L'Heartland era descritto da Mackinder come il territorio delimitato ad ovest dal Volga, ad est dal Fiume Azzurro, a nord dall'Artico e a sud dalle cime più occidentali dell'Himalaya. All'epoca, tale zona era quasi interamente controllata dall'Impero Russo.

Per Mackinder, che basava la sua teoria geopolitica sulla contrapposizione tra mare e terra, Heartland era il "cuore" pulsante di tutte le civiltà di terra, in quanto logisticamente inavvicinabile da qualunque talassocrazia. Da qui la frase che riassume l'intera concezione geopolitica di Mackinder:

« Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo »

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Tale teoria fu ripresa dal generale e diplomatico Karl Ernst Haushofer (Monaco di Baviera, 27 agosto 1869 – Berlino, 13 marzo 1946).
Il pensiero di Haushofer negli anni '20 si forma attraverso l'opera del generale britannico e geo-politologo Halford Mackinder, che considerava la politica internazionale come un conflitto permanente tra le potenze continentali e quelle marittime. Per Haushofer le potenze marittime (la Francia, l'Inghilterra e gli Stati Uniti) avevano costruito una sorta di “anello” per soffocare le potenze continentali; l'unica potenza che si era allontanata dal sistema era il Giappone che cercava di rafforzare la propria posizione sia come potenza marittima nel Pacifico, che come potenza continentale estendendo il suo controllo sul territorio cinese.

L'unico modo per liberarsi da quest'anello è la creazione di “un'alleanza di difesa dalla pressione” da parte di Turchia, Russia, Afghanistan e India (la Germania non ne faceva parte perché non più soggetto della storia). 

Le potenze marittime si ergono come custodi dello status quo e non permettono l'emancipazione dei popoli, non solo attraverso il colonialismo inglese e francese, ma anche tramite l'ideologia wilsoniana che, nonostante parlasse di emancipazione dei popoli, in realtà comprometteva seriamente “il diritto classico dei popoli”, come affermava il giurista Carl Schmitt in una raccolta di saggi, successivamente intitolata L'unità del mondo 

Nonostante la maggior attenzione verso le potenze continentali abbia favorito la nascita di una simpatia dell'autore verso la situazione cinese, molto simile al caso tedesco, lo stesso autore appoggerà il Giappone dopo che il Paese dal 1931 incomincerà un'offensiva vera e propria all'interno del territorio cinese. Il Giappone sembrava, infatti, essere garante di una maggiore stabilità nella regione orientale che era scossa dalla diffusione da una parte delle teorie pan-asiatiche, che si fondano su uno spirito di coesione tra tutti i popoli asiatici, e dall'altra di quelle pan-pacifiche, che seguono l'ideale di un'unione dei popoli che si affacciano sull'Oceano Pacifico. Secondo Haushofer lo scontro tra le due teorie derivava dalla scelta statunitense di utilizzare l'idea pan-pacifica per arginare la possibile crescita della potenza sovietica e di quella cinese, mentre l'autore era più incline a sostenere la visione panasiatica

Haushofer appoggiò e ispirò la prima parte della politica estera di Hitler, in particolare l'avvicinamento diplomatico tra il Terzo Reich e l'Unione Sovietica, culminato nel Patto Molotov-Ribbentropp del 1939.
Tuttavia Haushofer fece tutto il possibile per evitare che la spartizione della Polonia tra Germania e Urss degenerasse in una guerra mondiale.
Haushofer non vide di buon occhio la nuova guerra mondiale, in particolare dopo il 1942, quando, contro ogni sua volontà, Hitler decise di dare inizio all'Operazione Barbarossa, ossia l'invasione dell'Unione Sovietica. Inoltre, quando nel 1941 Rudolf Hess s'involò per l'Inghilterra, rimase privo di protettori altolocati e la moglie rischiò di venire perseguitata dalle Leggi di Norimberga, essendo di origine parzialmente ebraica. In seguito al fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944, suo figlio Albrecht, diplomatico di carriera e membro della congiura, fu arrestato nel dicembre 1944 e internato in una prigione di Moabit, a Berlino; l'intera famiglia finì nel mirino della Gestapo. Haushofer venne deportato a Dachau. Albrecht non vide la fine della guerra, poiché fu giustiziato dalle SS il 23 aprile, pochi giorni prima che l'Armata Rossa irrompesse nelle strade della capitale.
Terminato il conflitto, Karl Haushofer fu interrogato dagli ufficiali statunitensi, tra cui il professore Edmund A. Walsh, per determinare se bisognasse processarlo a Norimberga per crimini di guerra; nonostante Walsh l'avesse scagionato dalle accuse, il 21 novembre 1945 un decreto delle autorità d'occupazione statunitensi gli revocò il titolo di professore onorario ed il diritto alla pensione. Disperati e ridotti alla miseria, la notte tra il 12 e il 13 marzo 1946, Martha e Karl Haushofer si suicidarono ingerendo dell'arsenico.

Nel dopoguerra le teorie di Makinder e Haushofer vennero riprese rispettivamente dalla Nato e dal Patto di Varsavia.

L'obiettivo della Nato era la disgregazione dell'Unione Sovietica e il suo successivo accerchiamento.

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Tale obiettivo è stato ottenuto negli anni tra il 1991 e il 2008.

Successivamente la Federazione Russa incomincia a resistere al tentativo della Nato di abbattere tutti i governi "amici" dei Russi, con le cosiddette "rivoluzioni colorate" (sostenute da George Soros), poi con la cosiddetta "primavera araba" e infine con il rovesciamento del governo ucraino tramite l'operazione Euromaidan.

A quel punto il presidente russo Vladimir Putin, per evitare l'isolamento diplomatico e l'accerchiamento militare della Russia, fece proprie le teorie dell'euroasiatismo, in particolare le tesi di Aleksander Dugin, che ha recuperato l'eurasiatismo, coniugandolo con lo studio della geopolitica. Da tale commistione è nato il "neo-eurasiatismo": esso sottolinea la necessità dell'integrazione politica e strategica dei paesi postsovietici - l'Eurasia - non più in funzione antieuropea, bensì anti-statunitense.

Gli USA ed il loro progetto universalista sono infatti la minaccia additata dai neo-eurasiatisti, mentre l'Europa (al pari di India, Cina, Giappone e Iran) è un'interlocutrice e potenziale alleata in virtù del comune interesse per un ordine mondiale multipolare.

L'aggravarsi della tensione tra Russia e Nato si è verificata per tre ragioni:
-L'installazione di basi Nato nei paesi baltici
-La volontà di far entrare nella Nato l'Ucraina e la conseguente questione della secessione della Crimea e del Donbass
-La guerra civile siriana, che vede Russia e Usa contrapposti.

Questo ritorno alla guerra fredda ha riportato in auge le teorie di Makinder e Haushofer e si è fatta strada, nella diplomazia americana, l'idea che le sanzioni contro la Russia potessero essere in grado di portare alla caduta di Putin e generare un fenomeno analogo a quello che segnò la disintegrazione dell'Urss dopo la caduta di Gorbaciov.
Questa tesi è stata sostenuta recentemente da varie fonti geopolitiche, come viene spiegato approfonditamente nell'articolo che si può trovare al seguente link e di cui riportiamo i passaggi fondamentali:

http://sakeritalia.it/mondo/stratfor-distruggere-la-russia-entro-il-2025/


- Marco Bordoni -
Lo scorso febbraio l’influente società texana specializzata in pubblicistica su materie geopolitiche e consulenza analitica e investigativa Stratfor ha pubblicato una previsione sugli sviluppi delle tendenze globali per il decennio 2015 – 2025. Si tratta di un rapporto estremamente sintetico e diretto, che in sostanza riprende la visione già presentata da George Friedman, Presidente di Stratfor, consigliere del Dipartimento di Stato, al Chicago Council on Global Affairs il 3 febbraio. Cerchiamo di riassumere i punti salienti avvertendo che la versione integrale è disponibile in lingua inglese sul sito dell’agenzia.
Previsioni del decennio 2015 – 2025 traccia le linee di tendenza globali esaminando sette macro aree: Unione Europea, Russia, Medio Oriente, Cina, Paesi tropicali, Stati Uniti. Si tratta di previsioni, come potete vedere, estremamente audaci e sorprendenti. Vediamole in sintesi:
Secondo Stratfor il tallone d' Achille della Germania è l'eccessiva dipendenza dall'export
Secondo Stratfor il tallone d’ Achille della Germania è l’eccessiva dipendenza dall’export
La crisi dell’Unione Europea. L’Unione non riuscirà a ricucire le divergenze emerse dopo la crisi del 2008. Secondo Stratfor l’Unione è destinata a spaccarsi in quattro zone: Mediterrano, Europa Centrale (Germania e Satelliti), Mare del Nord (Svezia e Regno Unito) ed Europa Orientale (sede di una “nuova NATO dell’est” su cui torneremo). Questa disintegrazione ridarà fiato agli Stati nazionali ed al protezionismo, il che colpirà violentemente l’economia tedesca, che si sostenta troppo  sull’ export nell’eurozona. Conclusione: la nostra previsione è che la Germania scivolerà e precipiterà in un grave declino economico che produrrà una crisi interna, sociale e politica, crisi che ridurrà l’influenza tedesca sull’Europa nei prossimi 10 anni.
L’implosione della Russia. Secondo gli analisti americani la Russia non riuscirà ad emancipare la propria economia, e rimarrà dipendente dalla oscillazione del costo delle materie prime e dai flussi finanziari stranieri. Le temporanee interruzioni di valuta pregiata spezzeranno il meccanismo redistributivo che tiene legate le province esterne al centro, in una serie di crisi che porteranno alla deflagrazione del paese.  Secondo gli analisti le regioni che potrebbero uscire dall’orbita di Mosca sono il Caucaso, la Carelia e l’estremo Oriente. Data per scontata la frammentazione della Federazione Russa, Stratfor prevede che ne deriverà un problema di gestione dell’arsenale nucleare, problema che dovrà essere affrontato dagli Stati Uniti o con lo strumento militare o attraverso la gestione politica degli stati che nascerebbero dall’ esplosione della Russia. Sotto questo profilo viene ipotizzato che “l’alleanza Baltico Mar Nero” incentrata su Ucraina Polonia e Georgia (nihil sub sole novum, per chi conosce il Progetto “Dei Due Mari” del dittatore polacco Pilsudskij) dovrebbe estendersi verso il Caucaso e il Mar Caspio “agevolando” il processo di scomposizione e ricomposizione dello spazio russo.
Il Medio Oriente precipita nel caos. Gli Stati Uniti non possono e non devono cercare di stabilizzare il processo di dissoluzione degli stati del Medio Oriente: una simile azione di contrasto avrebbe costi eccessivi e non produrrebbe risultati utili. Il compito di gestire il caos che ne deriva viene assegnato alla Turchia, a cui è richiesto di sostenere lo sforzo antirusso a nord (facilitando la creazione della grande “alleanza Baltico Mar Nero”) ottenendo in cambio “mani libere” in Medio Oriente e nei Balcani. Conclusione: Ci aspettiamo di vedere una accelerazione della affermazione della Turchia quale potenza regionale dominante. Non una parola viene dedicata dal rapporto ad Israele.
Cina in difficoltà. L’economia della Cina rallenterà, e il suo governo si troverà di fronte al problema di gestire politicamente e socialmente questo rallentamento. Stratfor traccia due scenari: uno “più probabile” ipotizza un ulteriore appesantimento della stretta del Partito sulla società, da cui potrebbe risultare una dittatura con aspettative di crescita più modeste di quelle attuali. L’altro “meno probabile” è quello di una spaccatura fra regioni sviluppate della costa e sottosviluppate dell’interno. In ogni caso la Cina non viene descritta come una minaccia per gli equilibri regionali: le sue tendenze espansive potranno essere contenute dal riarmo navale del Giappone.
Impianto tessile in Bangladesh: secondo Stratfor il paese sarà uno dei "sedici leoni" in grande crescita nel prossimo decennio
Impianto tessile in Bangladesh: secondo Stratfor il paese sarà uno dei “sedici leoni” in grande crescita nel prossimo decennio
I sedici leoni. Gli analisti degli Stati Uniti identificano un gruppo di paesi “tropicali” (Messico, Nicaragua, Repubblica Domenicana, Perù, Etiopia, Kenia, Uganda, Tanzania, Sri Lanka, Bangladesh, Myanmar, Laos, Cambogia, Vietnam, Indonesia e Filippine) che diventeranno centri manifatturieri per le produzioni a minor gradiente tecnologico (materie plastiche, indumenti). Paesi tutti per cui viene prevista una crescita impetuosa nel decennio venturo.
Il rafforzamento dell’egemonia degli Stati Uniti. Gli USA, osserva Stratfor, conoscono una ininterrotta espansione di potenza economica e militare dal 1880. Il primo punto di forza su cui si basa questa espansione è l’ autosufficienza, che gli analisti di Stratfor chiamano “insularità”. Autosufficienza sia sotto il profilo commerciale, non dipendendo l’economia USA dall’export, sia sotto il profilo delle materie prime: questa autosufficienza consente agli Stati Uniti di superare indenni qualsiasi tensione fra blocchi in Eurasia. Non solo: essendo gli Stati Uniti a tutti gli effetti un “santuario” finanziario, le tensioni in Eurasia possono solo provocare effetti benefici (afflusso di capitali in fuga) oltre oceano.  A causa dell’aumento della disparità sociale interna, si prevede che gli Stati Uniti possano andare incontro ad una crisi sistemica, ma la data di questa crisi viene differita al decennio successivo.
Che ne pensate di queste “previsioni”? A noi pare che, a volerle considerare frutto di una analisi neutrale, funzionino assai male. Oggi come oggi la Russia, pur bersaglio di violenti attacchi, non solo non mostra segni di sfaldamento, ma sembra “tenere” assai bene. L’asse con la Cina (nemmeno menzionato nell’analisi) garantisce ad entrambe le potenze una certa reciproca stabilità, che rende remoto l’orizzonte ipotizzato. La Germania, lungi dall’essere sul ciglio del baratro, pare esercitare una influenza crescente nell’Unione Europea di cui è senza dubbio l’economia guida. Quanto agli Stati Uniti  il Presidente Obama ha ceduto molto su vari tavoli nel tentativo di stringere accordi che gli permettessero di serrare l’accerchiamento intorno alla Russia e sembra ancora presto per stabilire se queste mosse preludano ad un rilancio o ad un ripiegamento dell’influenza americana nel mondo.  Quindi no, questo rapporto non deve essere letto come una semplice “previsione”.
Ma se proviamo a cambiare chiave e a considerarlo una dichiarazione d’intenti, le cose cambiano. Come messaggio inviato dalla più influente agenzia di analisi strategica degli Stati Uniti al decisore politico le “previsioni” sono estremamente  significative: lo scenario descritto non è ciò che succederà ineluttabilmente, ma ciò che si auspica succeda: lo scenario favorevole di domani cui deve essere tesa l’azione politica di oggi. Consideriamo per un attimo l’analisi in questa ottica e chiediamoci: quale condotta dovrebbero tenere gli Stati Uniti per inverare le previsioni di Stratfor?
  • Disarticolare l’Eurasia. Non solo gli Stati Uniti, essendo pienamente autosufficienti, non hanno alcun interesse a che le economie e i sistemi politici dell’Eurasia si integrino e si stabilizzino ma anzi, ospitando il centro finanziario mondiale, naturale rifugio dei capitali, hanno interesse che le principali potenze dell’Eurasia entrino in tensione fra loro e che si confrontino anche militarmente. La politica estera degli Stati Uniti non deve quindi essere intesa a stabilizzare, ma a destabilizzare. L’estremismo islamico e il collasso degli stati del Medio Oriente, in questa ottica, non solo non costituiscono una minaccia prioritaria, ma possono divenire addirittura una risorsa.
    Angela Merkel e Vladimir Putin: per gli analisti americani il rapporto russo tedesco è la maggiore minaccia all'egemonia USA
    Angela Merkel e Vladimir Putin: per gli analisti americani il rapporto russo tedesco è la maggiore minaccia all’egemonia USA
  • Separare la Russia dalla Germania. La priorità assoluta degli Stati Uniti risulta dal rapporto essere la risposta alla “sfida” posta dalla rinascita della Russa. La Russia viene vista come nemico non solo per le sue attuali capacità, ma in quanto polo principale dell’unica combinazione di potenze euroasiatiche attualmente in grado di sfidare la supremazia statunitense: per un secolo, gli Stati Uniti si sono preoccupati che potesse emergere una Potenza egemone in Europa, e, in particolare, che non vi fosse un accordo fra la Germania e la Russia, o la conquista di una da parte dell’altra. Questa combinazione, più di ogni altra, potrebbe assemblare una forza (che unisca il capitale e la tecnologia tedeschi e le risorse e la forza lavoro russe) capace di minacciare gli interessi Americani. In questa geometria la Russia è IL nemico da distruggere, la Germania il partner da ridimensionare.
  • Distruggere la Russia. I mezzi con cui viene preparata la distruzione della Russia sono essenzialmente due: uno economico e l’altro politico. Lo strumento economico prescelto è l’oscillazione del costo delle materia prime, che assicurano il flusso di valuta pregiata su cui si regge (nella ricostruzione, per la verità piuttosto semplicistica, di Stratfor) la dorsale di potere putiniana e la concordia delle etnie della Federazione Russa. L’obiettivo è sottoporre il paese a ripetuti shock economici da aggravare con gli usuali strumenti di aggressione finanziaria. Il precedente a cui ci si vuole ispirare è chiaramente il contributo della fluttuazione del prezzo del greggio negli anni ’80 alla crisi dell’URSS. La leva politica è l’alleanza Baltico – Mar Nero, una coalizione informale che svolga il compito di “nuova NATO dell’est”, schierata su di una cintura di paesi a ridosso della Russia: Finlandia, Stati Baltici, Polonia, Romania, Bulgaria, Georgia ed Azerbaidjan, con l’incognita dell’Ucraina e l’auspicata (ma non scontata) partecipazione della Turchia. Un cappio pensato per il contenimento e per l’assorbimento progressivo, con strumenti politici e militari dei “pezzi” di Federazione Russa via via disgregati e separati dal centro politico del paese. Una trappola mortale che potrebbe costringere la Russia a misure difensive estreme e pienamente giustificate.
    Dal 2004 ad oggi la CIA continua a "prevedere" la disgregazione della Federazione Russa. Sin ora senza risultati.
    Dal 2004 ad oggi la CIA continua a “prevedere” la disgregazione della Federazione Russa. Sin ora senza risultati.
  • Ridimensionare la Germania. Il conglomerato politico militare Baltico – Mar Nero è un’arma puntata anche contro la Germania. Infatti le aspirazioni tedesche devono essere ridimensionate: la potenza di Berlino ha un tallone di Achille, che è la dipendenza dalle esportazioni,  e questo tallone si può colpire agevolando ed accelerando il processo di disgregazione della unità economica europea (a questo proposito Stratfor sottolinea che il problema non è l’unione monetaria, ma quella doganale), sostenendo con discrezione le aspirazioni del mediterranei (si veda il caso della Grecia) e promuovendo la formazione del blocco est. Sottraendo alla Germania i mercati di sbocco si confida di farla precipitare in una crisi economica e sociale che ne ridimensioni la taglia politica.
  • Convivere con la Cina. La Cina non viene identificata come una minaccia primaria. L’obiettivo designato è quello di soffocarne economicamente lo sviluppo attraverso la riallocazione della produzione manifatturiera mondiale e la sua distribuzione in un numero di paesi di taglia minore, con un costo del lavoro addirittura inferiore a quello cinese, che possano essere gestiti in maniera più agevole. La collaborazione sino russa è considerata strategicamente irrilevante, una somma fra due debolezze per di più naturalmente ostili. Non viene esclusa né la possibilità di una alleanza più stretta (attraverso una partecipazione cinese al banchetto seguito la dissoluzione della Russia) né quella di una destabilizzazione del gigante asiatico, considerata però residuale.
  • Dividere per Comandare. Il nemico da distruggere è la Russia. L’ “amico” da ridimensionare la Germania. Al di fuori di queste priorità non esistono strategie preferenziali salvo quelle di frantumare l’Eurasia in una pluralità di centri di potere da giocare l’uno contro l’altro aumentando ad arte le tensioni senza stabilire rapporti privilegiati di sorta stringendo e sciogliendo alleanze secondo le convenienze del momento.
Conclusioni. Letto come complesso di linee di azione, e non come semplice previsione, il rapporto di Stratfor assume una connotazione di inquietante realismo. Anche perché è un efficace strumento di interpretazione non solo del futuro, ma anche delle tendenze di politica estera USA già chiaramente delineate negli ultimi anni.
Diciamo inquietante per tre motivi:
L'alleanza Baltico - Mar Nero: un progetto anni '30 del dittatore polacco Pilsudskj riportato in auge dagli USA
L’alleanza Baltico – Mar Nero: un progetto anni ’30 del dittatore polacco Pilsudskj riportato in auge dagli USA
1 Perché viene delineata una linea di condotta aggressiva e spregiudicata, tracciata senza tenere conto di nessun interesse diretto a parte quello degli Stati Uniti. E’ facile verificare che né il parere né gli interessi degli alleati tradizionali sono tenuti nel minimo conto.
2 Perché costringere la potenza Russa alla lotta per l’esistenza potrebbe provocare, come auspicato (dagli analisti di Stratfor) un collasso “controllato” del paese vittima senza ricadute troppo negative per l’aggressore, ma, con probabilità pari se non superiore, anche una reazione difensiva dagli esiti letali per tutte le parti coinvolte.
3 Perché né le opinioni pubbliche né i governi dei paesi dell’emisfero orientale (con l’unica eccezione della Russia e, forse, della Cina) appaiono consci del destino che si va loro apparecchiando con tanta lucida lungimiranza.
Manca, evidentemente, uno strumento di analisi alternativo capace di elaborare un programma antagonista che possa difendere il Vecchio Mondo dall’aggressione del Nuovo. Per il momento siamo costretti a impostare le nostre preferenze ed utilizzare i nostri stretti margini di valutazione e di azione politica riferendoci a nostra volta alle strategie statunitensi, cercando di leggerle per così dire al contrario per cercare di contrastarle: dunque, rafforzare la Russia costruendo intorno ad essa una cintura di solidarietà, favorire una convergenza Europa – Russa, curare che la contestazione delle istituzioni dell’Unione Europea non degeneri nell’ isteria anti tedesca. Quest’ultimo passaggio è chiaramente quello più difficile da digerire per noi europei meridionali. Ma Stratfor ci ha descritto nei dettagli il rischio che, il giorno dopo aver provocato una rottura irreversibile con la Germania, noi si scopra di avere lavorato non per il nostro interesse, ma per quello dei manovratori d’oltre Atlantico. Occorre quindi pesare bene le nostre opinioni e le nostre azioni perché favorire se pure inconsapevolmente il consolidarsi di questa egemonia è un rischio che non possiamo permetterci di correre.

 Concludiamo con una importante previsione riguardo al rischio di guerra tra gli Stati Uniti e la Russia, nel caso di probabile vittoria di Hillary Clinton:

 "Se dovesse vincere le elezioni Hillary Clinton, i primi tre mesi del nuovo anno saranno i più pericolosi per il mondo da quando venticinque anni fa è crollata l'Unione Sovietica". A dirlo, in una intervista al Corriere della Sera, è il politologo americano Ian Bremmer. Secondo Bremmer, con la Clinton presidente "si aprirebbe una fase di grandi rischi e pericoli e i rapporti tra i due Paesi potrebbero scendere ai minimi". Questo perchè con Donald Trump alla casa Bianca sarebbe più facile trovare un accordo sui temi caldi dell'agenda internazionale: il magnate ha infatti già lasciato intendere di voler lasciare mano libera alla Russia in Ucraina e in Siria e di voler ridimensionare la Nato. Hillary, invece, sarebbe più interventista, persino più di Obama, secondo Bremmer: "Avrà più motivazioni, anche personali, per rispondere in modo ostile alla presenza russa nelle zone calde del pianeta".

La guerra tra Russia e Georgia in Ossezia del Sud



La seconda guerra in Ossezia del Sud fu combattuta dalla Georgia da una parte e da RussiaOssezia del Sud e Abcasia dall'altra.
Il conflitto iniziò nella notte fra il 7 e l'8 agosto 2008, con l'ingresso dell'esercito georgiano nel territorio osseto [necessaria citazione] approfittando del fatto che l'attenzione dei media internazionali era distratta dall'inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino l'8 agosto. Nel corso della notte l'attacco perpetrato con carri armati e cacciabombardieri costò la vita a 1700 osseti, la maggior parte civili, e 21 soldati russi[senza fonte] della forza di interposizione.[9]. Il giorno dopo, 9 agosto, la Federazione Russa, che già dal 1992 aveva una presenza militare in Ossezia del Sud ed Abcasia come forza d'interposizione su mandato della CSI, è intervenuta massicciamente sconfiggendo rapidamente le forze georgiane. L'offensiva si è svolta sia in Ossezia sia lungo la costa del Mar Nero (entrando dall'Abcasia), arrivando ad occupare un'ampia parte del territorio della Georgia: sino a poche decine di chilometri da Tbilisi sul fronte osseto, e sino al porto di Poti sul Mar Nero.
Il 15 agosto è stato firmato fra Georgia e Russia un accordo preliminare sul cessate il fuoco, con la mediazione dell'Unione europea guidata da Nicolas Sarkozy, in quanto presidente di turno dell'UE: in base all'accordo le truppe si sono impegnate al ritiro sulle posizioni precedenti l'inizio delle ostilità, e la Georgia a non usare la forza contro le due repubbliche secessioniste. Dopo un iniziale ritiro dalle posizioni più avanzate, come la città di Gori, la Russia aveva deciso di continuare l'occupazione militare di due zone cuscinetto in Georgia ai confini delle due regioni per prevenire possibili futuri attacchi verso l'Ossezia del Sud e l'Abcasia[10]. Queste aree di occupazione comprendevano inizialmente anche il porto di Poti sul mar Nero, oltre alla presenza di alcuni posti di blocco russi nelle principali vie statali di comunicazione, e sono state mantenute per circa due mesi. A partire dal 1º ottobre 2008 nelle due zone cuscinetto sono stati schierati 200 osservatori militari dell'Unione europea, come previsto dai colloqui di settembre fra Russia ed Unione Europea, mentre il ritiro delle truppe russe dalla zona cuscinetto in prossimità dell'Ossezia del Sud è stato completato l'8 ottobre 2008[11].
La Russia ha riconosciuto l'indipendenza di Ossezia del Sud ed Abcasia il 26 agosto 2008, sottoscrivendo successivamente accordi militari con le due repubbliche.

Seconda guerra in Ossezia del Sud
Localizzazione di Russia, Georgia, Ossezia del Sud e Abcasia
Localizzazione di Russia, Georgia, Ossezia del Sud e Abcasia

Data7 - 16 agosto 2008
LuogoGeorgia
Casus belliAttacco georgiano all'Ossezia del Sud
EsitoVittoria russa
Modifiche territorialiRiconoscimento russodell'indipendenza di Ossezia del Sud e Abcasia; occupazione russa delle due repubbliche
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Ossezia del Sud 1 battaglione, circa 3.000 uomini in totale[3]
Russia 2 battaglioni, circa 2.500 uomini[4], centinaia di volontari registrati[5]
Abcasia numero ignoto nellaValle del Kodori, 1000 volontari in Ossezia del Sud secondo l'Abcasia[6]
Georgia 1 battaglione corazzato[7][8], numero ignoto di altre truppe
Perdite
Ossezia del Sud Ossezia del Sud: 300 morti, 41 prigionieri (stime georgiane)
Russia Russia: 48 morti, 157 feriti e 6 prigionieri (confermato dalla Russia)
Abcasia Abcasia: 1 morto, 2 feriti (confermato dall'Abcasia)
Georgia Georgia:
  • Dati ufficiali confermati dalla Georgia: 3.144 soldati morti, 25 dispersi, 42 prigionieri e 1.964 feriti; 14 poliziotti uccisi e 22 dispersi
  • Stima dell'intelligencerussa: 3.144 morti

Il conflitto

Inizio dei combattimenti


La situazione nella regione georgiana prima del conflitto
La seconda guerra fra Georgia ed Ossezia del Sud, provincia separatista filo-russa, è cominciata dopo che sono stati violati gli accordi sul "cessate il fuoco"[12] in vigore dal 1992. Ciascuna delle due parti in conflitto ha accusato l'altra di aver causato la ripresa delle ostilità.
Nella notte fra il 7 e l'8 agosto 2008, approfittando dell'attenzione dei media distratta dalla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici, la Georgia attacca ed invade l'Ossezia del Sud impiegando tre brigate dell'esercito supportate da 27 batterie lanciarazzi e pezzi di artiglieria da 152 mm. L'attacco georgiano si concentra principalmente sul capoluogo della regione Tskhinvali, dove provoca gravi distruzioni. Secondo fonti dei rappresentanti della provincia secessionista, l'attacco provoca fra 1700 e 2000 morti principalmente tra la popolazione civile, tale grave numero di vittime viene descritto dalle autorità russe come genocidio. Non è stato però possibile valutare il numero reale delle vittime civili del bombardamento di Tskhinvali.
Le autorità georgiane affermano che l'attacco si era reso necessario per "ristabilire l'ordine costituzionale"[13] e per impedire i continui attacchi sui civili georgiani da parte delle milizie dell'Ossezia meridionale[14] che avevano ripreso il bombardamento di alcuni villaggi georgiani il 7 agosto, violando il "cessate il fuoco"[15].
Il comandante delle forze di interposizione russe, Marat Kulachmetov, riferisce che, in seguito al bombardamento georgiano con artiglieria pesante e razzi su Tskhinvali, la città è quasi interamente distrutta[16], che sono morti anche una decina di militari del contingente russo di peace-keeping, presente in Ossezia dal 1992, e che alcuni caccia bombardieri georgiani Sukhoi-25, di produzione sovietica, hanno colpito postazioni dei separatisti nei dintorni del villaggio di Tkverneti[17].
Dopo il bombardamento dell'artiglieria sulla capitale l'attacco prosegue via terra: truppe georgiane circondano Tskhinvali[18] ed occupano alcuni piccoli centri in Ossezia; una televisione indipendente georgiana annuncia anche che i militari della Georgia sono entrati all'interno della capitale.

Strada di Tskhinvali dopo il bombardamento georgiano dell'8 agosto
Dopo aver discusso della crisi con il collega statunitense George W. Bush e con le autorità cinesi, e che si sono espresse contro la guerra, il Primo ministro russo Vladimir Putin, direttamente da Pechino, dove si trovava per la cerimonia di inaugurazione dei XXIX giochi olimpici, garantisce azioni di risposta. Il presidente georgiano Mikhail Saakashvili decide di preparare le forze georgiane alla reazione russa ordinando una mobilitazione generale attraverso la televisione, dove riferisce inoltre che le forze georgiane controllano circa metà di Tskhinvali e la maggior parte del territorio dell'Ossezia del Sud.
Il presidente russo Dmitrij Medvedev convoca, subito dopo, una riunione di emergenza del consiglio nazionale di sicurezza sulla crisi nella regione georgiana.

L'intervento russo

Già durante il primo giorno del conflitto truppe russe appartenenti alla 58a Armata affluiscono in Ossezia attraverso il tunnel di Roki[19], anche se, secondo fonti georgiane[20] (non confermate dalle agenzie di intelligence occidentali[21]), alcuni reggimenti russi della 58aArmata sarebbero entrati in Ossezia prima dell'attacco georgiano su Tskhinvali della mattina dell'8 agosto. La 58a Armata russa era da tempo dispiegata in prossimità della Ossezia, avendo condotto nel febbraio del 2008 una esercitazione militare, denominata in inglese Caucasian milestone, che prevedeva una rapido intervento nella zona del tunnel di Roki[22]. Altre esercitazioni militari si erano svolte in luglio su entrambi i versanti di questa zona del Caucaso: la quarta brigata georgiana era stata impegnata nella Immediate Response 2008, mentre Caucasus 2008 era stata l'esercitazione per alcuni reparti appartenenti al distretto militare del Caucaso Settentrionale - con il sostegno della 76a divisione paracadutisti[23].
A un giorno dall'inizio delle violenze (scatenate dopo l'iniziale attacco georgiano a Tskhinvali), le forze ribelli sudossete, sostenute dai militari russi, prendono il controllo della capitale.
La zona del conflitto e gli obiettivi colpiti. Nell'interpretazione dei media georgiani
Una delegazione congiunta di Stati UnitiUnione europea e Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) in Georgia propongono un "cessate il fuoco" e una immediata soluzione al conflitto.
La Russia passa invece all'offensiva, attaccando la città di Gori, direttamente in Georgia.
Tuttavia pare sia chiaro che almeno due aerei russi (un Sukhoi Su-25 e un Tupolev Tu-22M) sono stati abbattuti dalle forze armate georgiane, anche se il ministro della difesa della Georgia parla di addirittura 10 aerei russi abbattuti oltre che di un pilota fatto prigioniero.
Nel frattempo 30.000 profughi scappano dall'Ossezia, diretti verso territori russi.

Prime reazioni esterne[modifica | modifica wikitesto]

Intanto a New York il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunisce in seduta d'urgenza al Palazzo di Vetro, su richiesta russa, per esaminare e discutere il conflitto tra Georgia e i ribelli dell'Ossezia del Sud invitando la comunità internazionale a intervenire per «evitare un bagno di sangue».
L'ambasciatore belga Jan Grauls, presidente di turno, riferisce che al momento «il Consiglio di sicurezza non è in grado di esprimere un'opinione sul conflitto». USAGran Bretagna e altri Paesi rifiutano di votare un documento in cui si chiede a tutte le parti del conflitto di «rinunciare all'uso della forza». L'ambasciatore russo commenta la posizione occidentale come «un grave errore di giudizio». L'Unione europea chiede la cessazione immediata delle ostilità.
La sessione si conclude senza che i 15 membri del massimo organo esecutivo dell'Onu abbiano raggiunto un accordo su una dichiarazione comune sulla crisi caucasica. Vitali Churkin lamenta una mancanza di volontà politica tra i partner del Consiglio di Sicurezza. Churkin e un rappresentante della Georgia si accusano reciprocamente della responsabilità delle violenze nella regione separatista.

La guerra continua


Dopo 3 giorni di combattimenti, la Russia rivendica di aver assunto il controllo della maggior parte di Tskhinvali. Il vice capo di Stato Maggiore russo Anatolij Nogovicyn dichiara che la città è controllata «dalle forze di pace» russe, la denominazione usata dai russi per definire il contingente di interposizione mantenuto da Mosca nella provincia georgiana ribelle.
Si apre quindi un nuovo fronte da parte dei separatisti dell'Abcasia, altra repubblica georgiana filorussa.
Sabato la Georgia offre un "cessate il fuoco" alla Russia che aveva però richiesto prima un ritiro completo delle truppe georgiane sulla posizioni precedenti l'inizio delle ostilità.
Intanto unità da guerra della Marina Militare della Federazione Russa si attestano ai limiti delle acque territoriali della Georgia, sul Mar Nero, imponendo un blocco navale alla Repubblica caucasica. Il gruppo navale è guidato dall'ammiraglia delle Flotta del Mar Nero, l'incrociatore missilistico Moskva, accompagnato dal cacciatorpediniere Smetlivy, da tre mezzi anfibi da sbarco e da navi-appoggio; nella zona già incrociano altre tre unità anfibie salpate dal porto di Novorossijsk, in Russia, e dalla base russa di Sebastopoli, allora in Ucraina.
Nei combattimenti la motocannoniera missilistica georgiana Dioskuria del tipo Combattante II di costruzione francese e l'aliscafo lanciamissili Tbilisi della Classe Matka di costruzionesovietica sono stati affondati dalla flotta russa.
Secondo il comando militare russo, ai marinai è stato assegnato il compito di impedire che armi e altri rifornimenti militari raggiungano la Georgia, e cioè che sono in corso i preparativi per il blocco navale della Georgia, operazione ritenuta assolutamente necessaria per impedirle di ottenere armamenti via mare, operazione quindi che contribuirà a evitare un aggravamento delle attività militari in Abcasia.
Stando al portavoce del ministero dell'Interno georgiano, Shota Utiashvili, durante la notte altri 6000 soldati russi sono entrati sul territorio "georgiano" dall'Ossezia del Sud, attraverso il tunnel conteso di Roki, e ulteriori 4000 sono giunti via mare nel porto di Ochamchire, in Abcasia. I rinforzi inviati da Mosca arrivarono così a 10000 uomini.
Nel frattempo proseguono i raid aerei russi: all'alba è stato di nuovo colpito l'aeroporto di Tbilisi. Bombardamenti anche su Zugdidi e sulla gola di Kodori, unica porzione di Abcasia controllata dal governo centrale, che l'Aviazione di Mosca martella ininterrottamente.

Diplomazia


Nel frattempo l'amministrazione Bush invita Mosca a cessare gli attacchi. In caso contrario, (è il monito della Casa Bianca), ci saranno "significative" ripercussioni sui rapporti tra USA eRussia. «Se la sproporzionata e pericolosa offensiva russa dovesse continuare - dice il vice Consigliere Usa per la Sicurezza nazionale, Jim Jeffrey - questo avrà un impatto significativo e a lungo termine sui rapporti Stati Uniti - Russia».
Intervenendo in mattinata a dare la propria versione dei fatti, lo Stato maggiore russo sostiene che le forze russe «non hanno condotto raid aerei su nessuna area popolata della Georgia» (solo aree militari), contestando quella di Tbilisi. Il generale Anatolij Nogovicyn, portavoce dello Stato Maggiore, dice che «la Russia non intende prendere iniziative per un'escalation in Abcasia», sottolineando che «la parte russa non ha ricevuto alcuna proposta ufficiale dalla parte georgiana per l'avvio di un processo di pace e per porre fine allo spargimento di sangue. Dalla Georgia vogliamo azioni, non dichiarazioni».
L'Abcasia dichiara lo stato di guerra, mentre le forze georgiane si sono ormai ritirate dall'Ossezia del Sud. L'Ucraina in questo momento riveste un ruolo importante in questa mediazione, in quanto sembra non voglia dare il suo permesso alla Russia di utilizzare i porti affittati per scopi commerciali e che la marina russa vorrebbe utilizzare per schierare la sua flotta.
L'Ucraina "entra in campo", affermando che bloccherà le navi russe di stanza davanti alle coste abcase, impedendo loro di tornare nella base di Sebastopoli.
Il segretario dell'ONU Ban Ki-Moon si dimostra preoccupato dell'intensificarsi delle violenze in Georgia e per l'estendersi delle violenze, e chiede un immediato "cessate il fuoco" e una soluzione pacifica al conflitto.
Il ministero degli Esteri israeliano ordina la sospensione immediata del rifornimento di armi alla Georgia, temendo ripercussioni da parte russa. Tuttavia il governo israeliano è altresì preoccupato dal fatto che la Russia possa vendere armi a Iran e Siria. Da un anno lo stato ebraico aveva infatti sospeso la vendita di armi 'offensive' alla Georgia, continuando a fornire però materiale 'difensivo' e l'aiuto di consulenti militari.
La Georgia respinge l'ultimatum delle forze russe a deporre le armi nella zona di sicurezza all'esterno dell'Abcasia.

Verso la pacificazione


Soldati georgiani in posizione di tiro
L'Abcasia denuncia in serata anche un forte concentramento di truppe georgiane lungo il fiume Inguri, nella cosiddetta "zona di interposizione" stabilita dagli accordi di pace degli anni novanta. Si tratterebbe di 4 000 uomini, artiglieria e carri armati, ma anche i miliziani abcasi hanno dispiegato un loro contingente lungo il fiume.
Da Tbilisi arrivano segnali contraddittori: dopo la nota nella quale si chiedeva il cessate il fuoco, fatta su richiesta del presidente Saakashvili, il ministro per la reintegrazioneTimur Iakobashvili ha affermato che i soldati del contingente georgiano in Iraq, parte dei quali erano rientrati la sera a Tbilisi, verranno schierati nella zona di conflitto in Ossezia del Sud. Lo stesso Iakobashvili aveva annunciato in precedenza che le truppe georgiane non si stavano ritirando dai territori sudosseti, ma stavano semplicemente effettuando un ripiegamento tattico per riposizionarsi, a causa della preponderanza degli effettivi russi.
Nella notte tra il 10 e l'11 agosto, tiri di razzi georgiani su Tskhinvali provocano tre morti e 18 feriti tra le forze russe.
Il presidente russo Dmitrij Medvedev parlando ai militari delle forze russe afferma che la maggior parte dell'operazione per costringere la Georgia alla pace è stata portata a termine. Tskhinvali è infatti sotto il controllo delle forze russe, che continueranno a proteggere i loro concittadini.
Se l'Unione europea dovesse decidere di affiancare le forze russe in Ossezia del sud, l'Italia potrebbe mandare le sue truppe. L'esercito di Mosca, da anni, su mandato internazionale, presidia la Regione della Georgia e secondo il ministro degli Esteri bisogna evitare che si crei una coalizione anti-russa. Secondo Frattini, è importante che l'Europa sia a 27, che non si divida, ma deve essere il ponte tra Stati Uniti e Russia, se vuole essere un attore politico di peso.
Intanto Eduard Kokoity annuncia che l'Ossezia del sud e l'Abcasia presenteranno alle organizzazioni internazionali una denuncia formale per genocidio a carico dei georgiani. Kokoity e Sergei Bagapsh si incontreranno per chiedere in modo congiunto alla comunità mondiale il riconoscimento dell'indipendenza delle due repubbliche secessioniste georgiane.
Lo stesso giorno, un pattugliatore lanciamissili georgiano viene colpito e affondato da 2 navi da guerra russe mentre duri combattimenti, prevalentemente portati avanti dalle forze russe, caratterizzano la situazione in territorio georgiano.
L'Unione europea tenta intanto una mediazione fra le parti affidata ai ministri degli esteri francese Bernard Kouchner e finlandese Alexander Stubb. Mikhail Saakashvili ha firmato il piano di pace europeo, che verrà presentato a Mosca nel pomeriggio. Intanto Medvedev afferma che l'operazione "per costringere la Georgia alla pace è completata per la maggior parte", mentre lo stato maggiore di Mosca sottolinea che i soldati russi si fermeranno al confine amministrativo sudosseto, smentendo così quanto dichiarato dal presidente georgiano, secondo il quale i carri armati di Mosca stanno marciando verso la città georgiana di Gori.
Sul piano militare, la Georgia denuncia oltre 590 bombardamenti russi contro la città portuale di Poti e contro Gori, già colpite nei giorni precedenti, e anche contro sobborghi di Tbilisi, ma la Russia smentisce, affermando soltanto che le navi della Flotta del Mar Nero hanno affondato una imbarcazione militare georgiana vicino alle coste abcase e annunciando l'invio in Abcasia di 9.000 uomini di rinforzo e tecniche militari pesanti. Secondo lo stato maggiore russo, dall'inizio delle ostilità sono stati abbattuti quattro aerei e uccisi 18 militari russi, mentre altri 14 risultano dispersi.
I servizi segreti russi (FSB) affermano di avere arrestato georgiani che preparavano attentati terroristici anche in Russia. In Ossezia del Sud, secondo i militari di Mosca, la capitale Tskhinvali è totalmente sotto il controllo delle cosiddette "forze di pace", e si procede al disarmo e alla cattura degli ultimi soldati georgiani rimasti. Fra le forze georgiane ci sarebbero "cittadini stranieri". Mosca ha ammonito gli Usa di voler "monitorare con attenzione gli aerei Usa che trasportano forze georgiane, e trarne le dovute conseguenze".
Si tratta dei militari georgiani rimpatriati dall'Iraq, 800 dei quali arrivati la sera del 10 agosto, e ora probabilmente in movimento verso le zone di conflitto. Kouchner sottolinea che il compito principale di mediazione spetta all'Unione europea, dato che "gli Usa sono per così dire parte in causa" per il loro appoggio all'alleato Saakashvili.
Intanto Serghei Bagabsh e Eduard Kokoity, affermano di voler chiedere alla comunità internazionale il riconoscimento della loro indipendenza e di volersi appellare agli organismi mondiali per una condanna del "genocidio sudosseto" da parte di Tbilisi.
Un documento ufficiale con la richiesta georgiana di un cessate il fuoco, afferma il comando russo, non è ancora arrivato a Mosca.
Dal giorno 11 agosto Gori, importante nodo strategico sull'asse viario georgiano est-ovest, è sotto controllo militare russo[24], costringendo così i militari georgiani a riposizionarsi in difesa della capitale, in attesa del ritiro delle forze russe.
Dopo una missione diplomatica francese a Mosca e Tbilisi, che ha visto Nicolas Sarkozy e Bernard Kouchner negoziare con (da parte russa) Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev e (da parte georgiana) Mikheil Saakašvili, il 15 agosto 2008 la missione diplomatica del presidente di turno dell'Unione europea porta alla firma di un Cessate-il-fuoco che impegna la Russia ad un ritiro dal territorio georgiano e la Georgia alla rinuncia all'uso della forza contro l'Ossezia e l'Abcasia. Tuttavia, dopo un iniziale arretramento con conseguente ritiro dalla città di Gori, la Russia si attesta su una nuova linea, comprendente al suo interno anche il porto di Poti sul Mar Nero.
Il 26 agosto 2008 il presidente russo Dmitrij Medvedev firma il decreto di riconoscimento dell'indipendenza delle due repubbliche separatiste, adducendo come precedente il riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo. L'Unione Europea e gli Stati Uniti hanno fortemente condannato il riconoscimento russo.
Nello stesso giorno, la Russia proclama unilateralmente una "Zona cuscinetto" sotto il suo controllo militare, attorno alle due repubbliche, corrispondente all'area della Georgia ancora occupata.
Il 6 settembre 2008 la rivista britannica Financial Times pubblicò l'articolo che confermò la preparazione delle Forze Speciali della Georgia un mese prima dal conflitto nella Ossezia del Sud da parte della americana Military Professional Resources[25].
L'8 settembre 2008 in un nuovo incontro fra Sarkozy e Medvedev l'Unione Europea ottiene dalla Russia l'impegno a ritirarsi da Poti entro una settimana e dal resto della "Zona cuscinetto" entro un mese; mentre la Russia ottiene che la zona stessa passerà sotto il controllo di osservatori UE ed OCSE e non dell'esercito georgiano[26].
Il giorno successivo, il Governo di Mosca (presieduto da Vladimir Putin) firma trattati di cooperazione militare con i governi sud-osseto ed abcaso, che prevedono fra l'altro la creazione di basi militari russe nei due paesi con una presenza complessiva di circa 7.600 uomini[27].

Reazioni internazionali

Molte sono state le reazioni internazionali, politiche e non, registrate al sorgere del conflitto. Tutte esprimono preoccupazione, con un quasi sempre presente invito alla rinuncia all'uso della forza per un cessate il fuoco reciproco e immediato.
  • Flag of the United Nations.svg Nazioni Unite - A New York il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito in seduta d'urgenza al Palazzo di Vetro, su richiesta russa, per esaminare e discutere il conflitto tra Georgia e i ribelli dell'Ossezia del Sud invitando la comunità internazionale a intervenire per «evitare un bagno di sangue».
L'ambasciatore belga Jan Grauls, presidente di turno, ha riferito che "Al momento il Consiglio di Sicurezza non è in grado di esprimere un'opinione sul conflitto». USAGran Bretagna e altri Paesi hanno rifiutato di votare un documento in cui si chiedeva a tutte le parti del conflitto di «rinunciare all'uso della forza». L'ambasciatore russo ha commentato la posizione occidentale definendola «un grave errore di giudizio». L'Unione europeaha chiesto la cessazione immediata delle ostilità.
La sessione si è conclusa senza che i 15 membri del massimo organo esecutivo dell'Onu raggiungessero un accordo su una dichiarazione comune sulla crisi caucasica. Vitalij Čurkin ha lamentato una mancanza di volontà politica tra i partner del Consiglio di Sicurezza. Čurkin e un rappresentante della Georgia si sono accusati reciprocamente della responsabilità delle violenze nella regione separatista.
  • Europa Europa - Il presidente francese Nicolas Sarkozy, presidente di turno dell'Unione europea ha annunciato con il presidente statunitenseGeorge Bush che entrambi i paesi avrebbero spedito una delegazione per negoziare un cessate il fuoco.
  • NATO - Il sito ufficiale della NATO ha pubblicato la seguente dichiarazione da parte del segretario generale: "Il Segretario generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer, è seriamente preoccupato dagli eventi che stanno accadendo nella regione georgiana dell'Ossezia del Sud. L'alleanza sta seguendo da vicino la situazione."
  • Argentina Argentina - Il ministro argentino per gli affari esteri ha rilasciato una dichiarazione nella quale afferma che il governo argentino deplora la violenza e esorta le parti coinvolte a evitare qualsiasi tipo di escalation che possa peggiorare il conflitto, con la speranza che la pace possa essere immediatamente ripristinata nella regione.[28]
  • Azerbaigian Azerbaigian - Un portavoce di Khazar Ibrahim, ministro degli esteri dell'Azerbaijan, ha riportato che le azioni georgiane si sono svolte in pieno accordo con le leggi internazionali e che l'Azerbaijan riconosce l'integrità territoriale della Georgia.
  • Brasile Brasile - Il ministro degli esteri brasiliano ha rilasciato la seguente dichiarazione: "Il governo brasiliano segue con seria preoccupazione l'escalation di violenza nell'Ossezia del Sud ed è rattristato per la perdita di vite nel conflitto. Il Brasile deplora l'uso della violenza e supportala soluzione pacifica delle controversie. Il Brasile incita le parti al dialogo per un immediato cessate il fuoco e per una riconciliazione in modo da ripristinare la pace e la sicurezza nella regione".[29]
  • Cina Cina - Un portavoce del ministro degli affari esteri dellaRepubblica popolare cinese ha affermato che "la Cina è seriamente preoccupata per il conflitto e invoca un immediato cessate il fuoco".
  • Rep. Ceca Rep. Ceca - Il ministro per gli affari esteri della Repubblica Ceca ha espresso la profonda preoccupazione del suo paese per gli eventi in corso, richiedendo alle parti coinvolte la fine delle ostilità e augurandosi un intervento della comunità internazionale.[30]
  • Cuba Cuba - Il presidente cubano Raul Castro ha affermato che: "È falso dire che la Georgia sta difendendo la sua sovranità nazionale. La Repubblica autonoma dell'Ossezia del Sud è storicamente parte dellaFederazione Russa" e ha condannato gli Stati Uniti[31]
  • Danimarca Danimarca - Il primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen ha condannato l'aggressione russa: "Sosteniamo fermamente che la sovranità georgiana sia rispettata. Non ci sono soluzioni militari. C'è una sola soluzione: i negoziati diplomatici. Il conflitto nella regione di confine non giustifica l'aggressione russa."[32]
  • Finlandia Finlandia - Il primo ministro finlandese Alexander Stubb, anche capo dell'OSCE, è rimasto in contatto sia con Tbilisi e Tskhinvali, chiedendo alle parti di fermare ogni azione militare e provare invece ad utilizzare il dialogo.[33]
  • Germania Germania - Il ministro degli esteri tedesco Steinmeier ha dichiarato di essere spaventato dall'escalation di violenza e ha chiesto la fine immediata dei combattimenti.[34]
  • Israele Israele - Il ministro degli esteri israeliano ha rilasciato la seguente dichiarazione: " Israele sta seguendo con grande preoccupazione gli sviluppi in Ossezia del Sud e in Abcasia e spera che la violenza termini. Israele riconosce l'integrità territoriale della Georgia e spera in una soluzione pacifica del conflitto."[35]
  • Italia Italia - Il ministro degli affari esteri Franco Frattini, ha dichiarato "non possiamo creare una coalizione anti-russa in Europa, siamo vicini alle posizioni del primo ministro Putin."[36]
  • Paesi Bassi Paesi Bassi - Il primo ministro olandese Jan-Peter Balkenende ha parlato con Vladimir Putin e con Nicolas Sarkozy a Pechino, esprimendo le sue preoccupazioni per la situazione.[37]
  • Norvegia Norvegia - Il primo ministro norvegese Jens Stoltenberg ha detto: "Riconosciamo la sovranità della Georgia. Questo conflitto dovrebbe essere gestito ad un tavolo dei negoziati, non sui campi di battaglia."[38]
  • Romania Romania - Traian Băsescu, presidente della Romania ha detto attraverso un comunicato stampa ufficiale: "... La Romania riafferma il bisogno di rispettare la sovranità e l'integrità territoriale della Georgia... La Romania invita tutte le parti a mostrare responsabilità e a cessare le ostilità immediatamente in modo da creare le condizioni per delle negoziazioni che possano garantire pace e stabilità nella regione".[39]
  • Regno Unito Regno Unito - Il Foreign and Commonwealth Office ha dichiarato sul suo sito di monitorare continuamente gli sviluppi in Georgia seguendo le notizie dei pesanti scontri fra le forze georgiane e i separatisti sud osseti. "Incoraggiamo un immediato cessate il fuoco nei combattimenti in Sud Ossezia a favore di un dialogo diretto fra le parti coinvolte..." L'offerta di un cessate il fuoco da parte del governo georgiano è la benvenuta. Ora guardiamo al governo russo che accetti l'offerta e si accordi per un immediato cessate il fuoco, in linea con i suoi impegni internazionali per rispettare l'integrità territoriale della Georgia.[40]
  • Turchia Turchia - Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan in una nota ha affermato che "I combattimenti sono una grave preoccupazione per la Turchia, paese confinante con la Georgia". Erdogan ha chiesto un immediato cessate il fuoco.[41] Più tardi, nello stesso giorno la Turchia ha accettato la richiesta della Georgia per una fornitura di 340 MW di elettricità.[42]
  • Città del Vaticano Città del Vaticano - Il 10 agosto il Papa Benedetto XVI ha espresso la sua speranza che "le azioni militari cessino immediatamente e che si astengano in nome della loro eredità cristiana da futuri conflitti e violenze.[43]

Film sulla seconda guerra in Ossezia del Sud

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ The Destiny of Croatian Serbs Awaited Ossetians. Strategic Culture Foundation
  2. ^ Ukrainian Mercenaries against South Ossetia. Strategic Culture Foundation
  3. ^ Sergey Krasnogir, Расстановка силLenta.Ru, 8 agosto 2008. URL consultato il 10 agosto 2008.
  4. ^ Anne Barnard, Schwirtz, Michael; Chivers, C.J., Georgia and Russia Nearing All-Out WarThe New York Times, 9 agosto 2008. URL consultato il 10 agosto 2008.
  5. ^ Hundreds of ‘Volunteers’ Head for S.Ossetia – N.Ossetian Leader,Civil.ge, 8 agosto 2008. URL consultato il 9 agosto 2008.
  6. ^ (RUНочной совет в АбхазииRossijskaja Gazeta, 9 agosto 2008.URL consultato il 9 agosto 2008.
  7. ^ Missiles confiscated by Georgia in South Ossetia to be handed back to RussiaRIA Novosti via Russia in Global Affairs, 25 luglio 2004. URL consultato il 10 agosto 2008.
  8. ^ Sout Ossetia: Georgia rotates peacekeepers, reopens roadCivil.ge, 21 febbraio 2006. URL consultato il 10 agosto 2008.
  9. ^ [1]
  10. ^ La Russia riconosce Abkhazia e Ossezia del Sud (26 agosto 2008)
  11. ^ (ENRussia completes troop pullout from S.Ossetia buffer zone
  12. ^ accordo seguito alla prima guerra in Ossezia del 1991-1992
  13. ^ (EN"La Georgia ha deciso di ristabilire l'ordine costituzionale in Sud Ossezia" Documento del ministero della Difesa
  14. ^ (ENLa Georgia invade l'Ossezia del Sud: la Russia manda i tanks fonti governative georgiane citate sul Chicago Tribune
  15. ^ (EN) La Georgia comincia le operazioni militari in Ossezia del Sud [2]
  16. ^ (FROssétie du Sud: la guerre fait rage
  17. ^ Ossezia, Russia e Georgia in guerra
  18. ^ secondo la dichiarazione alla AFP del ministro alla Reintegrazione Temur Yakobashvili [3]
  19. ^ Georgia-Russia: quasi guerra per l'Ossezia sul Corriere della sera dell'8 agosto 2008
  20. ^ (ENGeorgia Offers Fresh Evidence on War's Start
  21. ^ (ENThe West Begins to Doubt Georgian Leader
  22. ^ (ENAneliya Stankova on Consimworld History: Contemporary Era Warfare Forum
  23. ^ (ENThe Chronicle of a Caucasian Tragedy articolo apparso su Der Spiegel
  24. ^ ufficialmente per presidiare i depositi militari abbandonati dalle truppe georgiane, come ha dichiarato il generale Anatolij Nogovicyn (ENRussia Says Georgia Can 'Forget' Regaining Provinces, as Troops Cripple Georgian Military
  25. ^ US military trained Georgian commandos - FT.com
  26. ^ Incontro Sarkozy-Medvev 8 settembre 2008
  27. ^ Basi russe in Ossezia e Abcasia (9 settembre 2008)
  28. ^ MINISTERIO DE RELACIONES EXTERIORES Y CULTO - Cancillería Argentina
  29. ^ Ministero delle relazioni estere del Brasile: Release nº 444/2008 - Conflitto in Sud Ossezia
  30. ^ Dichiarazione della repubblica ceca sull'escalation del conflitto in Ossezia del Sud/Georgia - 'Ministero degli affari esteri della Repubblica Ceca'. 8 agosto 2008.
  31. ^ Cuba backs Cold War ally Russia on Georgia actions
  32. ^ (DAFogh supporta la Georgia
  33. ^ Il ministro Stubb continua gli sforzi diplomatici - 'Ministero per gli Affari Esteri della Finlandia'. 8 agosto 2008.
  34. ^ Federal Foreign Office
  35. ^ Yfirlýsing vegna ástandsins í Suður-Ossetíu Retrieved on 8 August 2008
  36. ^ Katrin Bennhold, ? work=The New York Times, 31 dicembre 1969. URL consultato il 29 marzo 2010.
  37. ^ Balkenende: Zorg over situatie Zuid-Ossetië
  38. ^ Stoltenberg ber om forhandlinger
  39. ^ Press Release of the President of Romania - Comunicato stampa del presidente rumeno
  40. ^ Concern over Georgia
  41. ^ Turkey urges cease-fire in South Ossetia
  42. ^ Turkey agrees to supply Georgia electricity
  43. ^ Pope calls for halt to fighting over South Ossetia

Voci correlate